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Alessandro Broggi -"Avventure minime"

[ Transeuropa, Massa 2014 ]

Avventure minime sistematizza quattordici anni di scrittura di Alessandro Broggi. La raccolta si divide in quattro sezioni: le prime tre interamente in prosa, l’ultima formata da quartine metricamente irregolari e ripetitive, che spesso derivano dal montaggio di frasi ascoltate o lette combinate attraverso il cut-up. Non è l’ornato retorico, dunque, a dare forza estetica ai testi. Neanche l’identificazione del soggetto è centrale: si alternano prima, seconda e terza persona, ma non troviamo mai autoanalisi psicologica, rivelazione epifanica o riflessione esistenziale da parte di chi parla. Accade quasi il contrario: i soggetti che prendono la parola rivelano un’interiorità cinica e superficiale, sembrano non distinguere il dolore per la perdita di vite umane da quello per l’insuccesso di una vacanza (pp. 33, 48). Avventure minime rifiuta la poesia come espressione di un contenuto personale in una forma personale; ciononostante, è fra i libri che meglio rappresentano la condizione individuale contemporanea.

«Non sai cosa succede. Tu non vuoi sapere. Abbiamo soltanto la nostra visione personale delle cose. Non vedi niente. E non va bene» (p. 70). La nostra vita è il racconto che ne facciamo attraverso varie forme di discorso in prosa. Queste non esprimono la nostra esperienza diretta del mondo, e talvolta se ne allontanano, eppure vi siamo assuefatti: Broggi sfida i lettori a divenirne consapevoli servendosi delle riflessioni sulla vita e sull’arte al tempo della postproduzione di Nicolas Bourriad, Max Frisch, Marcel Duchamp, John Cage, e di teorici della postpoesia, ad esempio Jean-Marie Gleize. Come altri autori recenti, insegue una decostruzione dei generi letterari tradizionali: alterna verso e prosa, micronarrazioni e brani che sembrano didascalie cinematografiche o teatrali; si serve della lingua televisiva e giornalistica, di quella dei social network e dei reality show. Il suo scopo è rendere evidente l’inautenticità delle narrazioni quotidiane, e indurre a riflettere sui rapporti umani che ne derivano. Ciò diventa chiaro leggendo l’ultima sezione del libro, abstract, che è quasi una dichiarazione di poetica: «ora tutto si sviluppa / nei meccanismi che presiedono / alla costruzione dell’immagine / che ognuno ha di se stesso / […] cinema e televisione / forniscono le istruzioni per l’uso / della vita quotidiana e ci svelano / i misteri dell’universo» (pp. 105-106). Se si aprono le due sezioni più importanti, Servizio di realtà e Nuovo paesaggio italiano, si nota che la decostruzione e la critica riguardano soprattutto miti del benessere emotivo occidentale: la famiglia, l’autorealizzazione personale («Sono trasparente, diretto, il più delle volte dico ciò che penso. Sono uno che ci prova, che coglie le opportunità. Una persona tenace», p. 37) la maternità («Ci tengo enormemente ad allattare, è una cosa che faccio per lui. Avevo deciso di darglielo per due mesi e basta, ma ora credo che andrò avanti finché posso: l’impegno di nutrire un essere umano la cui vita dipende da te è grandioso», p. 40) la coppia e la sessualità («[…] Proverai un immediato aumento dell’eccitazione; più stimoli riceverai più ti mostrerai appassionato e attento. Vi trascinerete a turno, coinvolti nella vostra danza. Sentirete scorrere le correnti invisibili del piacere», p. 62). Alcune prose riproducono meccanismi mentali di chi parla, dunque hanno una forma più riflessiva, simile a quella di Senza paragone di Gherardo Bortolotti e ai recenti testi di Guido Mazzoni. Altri brani, più paratattici e narrativi, mimano ciò che i personaggi dicono di voler essere. Il parossismo e l’ironia rivelano un vuoto di identità o istinti primari, che di solito sono di riproduzione e violenza (ad esempio in Cronistoria o Campo d’azione).

«Secondo atto. Tutti sembrano darsi da fare, uccidere, mentire, minacciare per un oggetto misterioso chiamato “falco maltese”. La realtà sembra avere un certo volto e invece è tutt’altra cosa» (p. 27). Avventure minime parla del nostro rapporto con il mondo contemporaneo, e pone domande ineludibili sulle soggettività che riproduciamo senza accorgercene.

 

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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Tremila battute