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David Means - "Il punto"

[ trad. it. di S. Pareschi, Einaudi, Torino 2014 ]

Dal 1950 a oggi il declino economico del Midwest ha causato una migrazione interna progressiva, che ha desertificato l’area un tempo centro dell’industria pesante americana e meglio conosciuta, dagli anni del conservatorismo reaganiano in poi, come Rust Belt. In questo scenario post-industriale, la cui fibra principale sono il degrado urbano e il fallimento della promessa del sogno americano, lo scrittore statunitense David Means innesta la propria poetica. Autore di quattro raccolte di racconti dal 1991 fino al 2010 (A Quick Kiss of Redemption, Assorted Fire Events, The Secret Goldfish, The Spot) Means scava tra i sobborghi di Pittsburgh, lungo le rive dell’Hudson e le deserte distese di terra tra Detroit, Cleveland e Chicago, estraendone un tessuto umano liminare, che sta ai margini della vita comune associata, rifiuto e rifiutato dal perbenismo illusorio americano che trova nella logica binaria del “buono & sano, ricco & vincente” la sua massima espressione e conformismo.

L’arte narrativa di Means muove una critica sotterranea a questa società, narrandone le storture dal basso. Per The Spot (2010), ultimo lavoro in tredici racconti, potremmo azzardare un sottotitolo: “elogio del reietto”. Leggiamo di barboni raccolti attorno a un fuoco che si scambiano storie di coltelli e cicatrici (La lama); orfani che sotterrano il corpo del padre in circostanze oscure (Ogni domanda); bande scalmanate di criminali il cui obiettivo sembra quello di imparare a fallire meglio ogni volta (Nebraska; Il pasticcio); giovani vagabondi che vivono di espedienti (Oklahoma), in perpetua fuga dalla promessa di una felicità brutalmente negata, dai loro fallimenti esistenziali (Leggendo Čechov). Sono personaggi isolati, spesso toccati dalla mano di una divinità pagana che oscilla e regola le loro esistenze sulla dialettica tra caso e volontà. Eppure sono riconoscibili come appartenenti a una tradizione di caratteri fortemente americani, narrata, per esempio, dal cinema dei fratelli Cohen. I loro personaggi come quelli di Means sono radicati nel tessuto connettivo dell’America profonda, in quel vasto territorio fisico e temporale della Depressione prima e dell’industria militare poi.

The Spot, il punto – parola cha ricorre ben cinquantacinque volte –, può essere interpretato come l’evento minimo attorno al quale si sviluppa la storia, spesso un solo evento, irrilevante, che apre significativi squarci sulla vita dei personaggi. Attraverso la tecnica narrativa del racconto non lineare, fatto di analessi e prolessi, e dell’evento come elemento che dilata l’esperienza, agli esclusi Means affida il compito metalettarario della trasmissione dell’esperienza, facendone i faber della narrazione, come si legge in Il raccordo: «La storia doveva essere perfetta e doveva cominciare dal tuo punto d’origine, formandosi con sincerità a partire da alcuni episodi della tua vita. […] Li attingevi non dalla tua storia di sventure, perché la tua storia di sventure sarebbe risultata deprimente e di cattivo gusto, ma piuttosto da un amalgama di altri racconti che avevi sentito» (p. 178) – dice Tetano, che usa il racconto come veicolo di scambio: la storia della propria vita per un pasto caldo. L’oralità e l’esegesi personale costituiscono la tenuta di ogni racconto della raccolta, facendo della parola il punctum di ogni vita e una forma, per quanto bizzarra, di saggezza: «Sono l’ennesima anima persa degli anni Sessanta che si è calata una pasticca di troppo ed è rimasta in acido per sempre? Senza dubbio. E da quel momento in poi continuò a parlare, senza riuscire a fermarsi, finché non allargò il discorso […], sprofondò in una fantasticheria e raccontò una lunga storia, mentre viaggiava sotto il limite di velocità perché i poliziotti a cavallo canadesi erano in giro, con il cappello di traverso. Ecco la storia, parola per parola, come lui la raccontò» (pp. 8081). Se ancora vale l’idea benjaminiana per la quale raccontare una storia è scambiare esperienze, quello a cui si assiste in The Spot è proprio questo: uno scambio di esperienze.

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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