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Juan Rulfo - "Pedro Páramo"

[ trad. it. di P. Collo riveduta e aggiornata, Einaudi, Torino 2014 ]

«Letteratura messicana? Leggi Rulfo e Paz. Gli altri sono pagliacci». Così un amico di là. Ho letto Pedro Páramo in spagnolo, con emozione febbrile, e la sensazione di trovarmi di fronte all’opera inaugurale di un’intera letteratura: una summa della storia e della cultura messicana, un epos comunitario, inscenato nella cittadina di Comala, periferia e centro del mondo.

Pedro Páramo nasce col regime autoritario di Porfirio Díaz (1876-1911): è un ragazzino malinconico, che passa il tempo a sognare la bambina di cui è morbosamente innamorato, Susana San Juan. Un giorno gli ammazzano il padre, uno dei maggiorenti del paese, a fucilate. Raggiunta la maggiore età Pedro regola i suoi conti sulla base dell’unica legge che ha appreso: la violenza. È «un rancore vivente». Stermina i presunti assassini del padre, sposa e abbandona la sua principale creditrice, Dolores Preciado, inganna, ruba, stupra. Diventa il padrone di Comala. Quando scoppia la rivoluzione di Villa e Zapata (1910-1917) corrompe i contadini insorti, e a ogni cambio di vento si schiera con la fazione vincente. Nessuno mai gli si oppone, salvo Padre Rentería, l’unico personaggio tormentato, che tenta una debole ribellione aggregandosi ai Cristeros (1926-1929). Viene la nemesi: Miguel, il più amato e rapace dei suoi figli illegittimi, gli muore ancora adolescente; e Susana, che ha infine sposato in seconde nozze dopo averle ucciso il padre, si lascia annientare dalla follia. Di questa morte Pedro si vendica sul paese intero, affamandolo. Poi, senza più una ragione di vita, ritorna all’indistinto: «si sgretolò come se fosse un mucchio di pietre».

Questa fabula è immersa in una prosa lirica, ellittica, densa di salti temporali. La voce narrante è quella del figlio di Pedro e Dolores, Juan Preciado; l’impianto narrativo quello dantesco del viaggio iniziatico: alla morte della madre Juan torna a Comala, che Dolores ricordava come un paradiso, e vi scopre invece «la bocca dell’inferno». Incontrando gli abitanti del paese fantasma e ascoltandone le «voci» – Los murmullos era il titolo originario – Juan apprende la storia non solo di suo padre, ma della patria, del Messico intero. Perché tutti gli abitanti di Comala sono vittime o complici di Pedro Páramo, o entrambe le cose; molti hanno il suo stesso sangue. A poco a poco la voce di Juan cede il posto a un coro di voci che raccontano ciascuna il proprio frammento della storia comune. Il romanzo è fatto di settanta frammenti, per circa altrettanti personaggi, rappresentanti di tutte le classi, età, generi, etnie. Dopo un po’ Juan non distingue più se a parlargli è un vivo o un morto; egli stesso, a metà del romanzo, muore – «Mi hanno ucciso i mormorii» – e la narrazione che aveva cominciato in prima persona si conclude in terza: l’individuo si dissolve nella comunità.

Pedro Páramo ha impedito al suo paese il passaggio dall’organicismo patriarcale alla moderna affermazione dell’individuo. Invano si cercherebbero nel testo indizi di una prospettiva di riscatto. Eppure Pedro Páramo, alla fine, muore. Mentre le voci restano. E resta, anche, il racconto di Juan, che immortalando quel mondo lo relega nel passato. Rulfo distrugge così ogni nostalgia verso la comunità originaria, di cui svela la brutalità. Ma non si limita a questo. Esprime in una prosa modernissima – debitrice di Joyce e Faulkner ma scevra di ogni posa sperimentalistica – il grande rimosso della modernità: la morte. «Nel mondo moderno tutto funziona come se la morte non esistesse», scrive Octavio Paz nel Labirinto della solitudine (1950). Per gli antichi messicani, al contrario, «la vita si prolungava nella morte. E viceversa». Quasi ogni pagina di Pedro Páramo (1955) racconta una morte: ma il fatto stesso che ogni morte venga mormorata da molte voci garantisce la trascendenza dell’io nel noi comunitario. Perfino l’io narrante, alla fine, può dissolversi: ci sarà comunque qualcuno a terminare il racconto. Così, in poco più di cento pagine, Pedro Páramo condensa il passato da cui ogni messicano deve affrancarsi e illumina il punto cieco della nostra modernità.

 

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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