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Raffaello Palumbo Mosca - "L’invenzione del vero"

[ Gaffi, Roma 2014 ]

In un orizzonte d’analisi rivolto principalmente al romanzo italiano contemporaneo, Palumbo Mosca cerca di «capire come (e se) la forma-romanzo possa ancora essere lo strumento privilegiato per la conoscenza della realtà, e un elemento fondamentale per la formazione etica individuale» (p. 11). Il punto di partenza, oltre alle presunzioni di irrilevanza, assenza o morte del romanzo, è il ritorno alla realtà della letteratura e della critica letteraria italiane. Il fenomeno (ben noto ai lettori di «allegoria») viene valutato positivamente in relazione alla rinnovata «centralità del discorso etico» (p. 261) dove ciò che conta è soprattutto «la capacità della narrazione di comunicare emotivamente al lettore una verità umana e storica» (p. 165).

Molte narrazioni pubblicate a partire dagli anni ’90 hanno assunto forma ibrida (e cioè anche saggistica, giornalistica o diaristica) per parlare realisticamente del presente in un clima di generale sfiducia verso la finzione (il cui modello implicito è quello televisivo). Questa forma risponde a un «più complesso bisogno di narrazioni capaci di costruire (e far intravvedere) un significato a partire dal nostro operare nel mondo e nella Storia» (p. 178). Il saggio documenta e discute questa «ibridazione consapevole» (p. 180) con uno sguardo «bifronte» (p. 39) rivolto tanto a una tradizione italiana i cui riferimenti sono Siciliano, Sciascia, Arbasino, Gadda e prima ancora Manzoni, quanto al panorama internazionale e in particolare al New Journalism. Questa prospettiva, in cui è centrale la concezione modernista della realtà (rimasta forse troppo implicita viste le conclusioni), serve a ribadire che la verità romanzesca, nonostante la forma ibrida assunta dal romanzo e nonostante i vari meccanismi di «veridizione del testo» (p. 145), è pur sempre un’invenzione. È una verità ritrovata e ricostruita: più profonda perché capace di «trasformare l’esperienza in conoscenza» (p. 57). Per quanto gli scrittori siano nuovamente coinvolti nella realtà (e non più impegnati come in passato) e per quanto le loro siano «narrazioni della realtà» (p. 63), è comunque fondamentale distinguere tra «la tensione a una (impossibile) rappresentazione oggettiva del reale e una, differente, che parte dal reale per manipolarlo in vista di un’interpretazione» (p. 66). Resta ferma l’idea che la finzione aiuti «la realtà ad apparire reale, e la verità ad essere verosimile» (p. 48). In questi termini, tuttavia, il confine tra romanzi documentali e romanzi ibridi appare sfuocato: quali che siano gli espedienti adottati per garantire credibilità al racconto, anche i romanzi «che mirano all’accertamento dei fatti» (p. 56) adottano strategie di finzione e l’espressione nonfiction novel resta un ossimoro.

L’obiettivo è un altro: mostrare come l’invenzione del vero faccia emergere il proprium della narrazione, «il di più di efficacia morale del genere» (p. 101), e cioè la sua capacità di stabilire una connessione tra la vicenda narrata e un universale umano. In questo senso, il confronto tra Le benevole di Littell e HHhH di Binet chiarisce bene in che modo solo il primo, attraverso un’esperienza di «riconoscimento» (p. 103), dia corso alla possibilità di elaborare un «pensiero morale» piuttosto che fornire un «giudizio morale» (p. 125).

Le conclusioni subordinano coerentemente tra loro i due ambiti di ricerca di partenza: il romanzo può essere lo strumento privilegiato per la conoscenza della realtà in quanto elemento fondamentale per la formazione etica individuale. Per questo, la capacità del romanzo di «diventare altro da sé» (p. 179), a cui sembra affidata la sopravvivenza stessa del genere, non può prescindere «dalla sua capacità di porsi come sguardo etico sulla realtà» (p. 299).

Il libro di Palumbo Mosca si inserisce nel dibattito sul nuovo realismo e merita attenzione. Nonostante una struttura talvolta eccentrica (dovuta forse all’accostamento di fonti eterogenee e alla quantità di testi analizzati), la tesi è convincente: la verità romanzesca rivela della realtà ciò che ci riguarda e ci impone una scelta morale. E qui incomincia il pericolo.

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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