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Antonio Moresco - Gli increati

[ Mondadori, Milano 2015 ]

Gli increati completa un ciclo narrativo unitario, iniziato con Gli esordi e proseguito con Canti del caos, a cui Moresco ha lavorato per circa trent’anni, costruendolo in modo che avesse un respiro proustiano e una portata addirittura dantesca. Il finale della Commedia, del resto, riecheggiava già nelle pagine conclusive del secondo volume, ma è in questo terzo capitolo che l’allusione diventa davvero dominante, poiché l’intero racconto è costituito da un viaggio ultramondano, protratto fino ad annullare la coscienza del narratore in una visione mistica.

Come i due romanzi precedenti, Gli increati è a sua volta diviso in tre parti, ognuna delle quali descrive un diverso livello di realtà che il protagonista deve attraversare: Proemio dei vivi, Proemio dei morti e Proemio degli increati. Si può notare, nella scelta di concludere con tre proemi che rimandano a prima del principio, una continuità con la logica compositiva di Canti del caos, la cui parte finale si intitola Inizio e serve ad alludere sia alla Genesi, sia a Gli esordi. È quindi evidente che si sta invitando il lettore a compiere un percorso a ritroso, rimodulando ogni volta i fondamenti del racconto già svolto.

La coesione non si mostra solo nella continuità narrativa, ma anche e soprattutto attraverso la strategia di enunciazione, che negli Increati sintetizza le scelte precedenti: nel primo libro c’è un narratore-protagonista che racconta tutta la storia; nel secondo un numero altissimo di figure simboliche che prendono la parola sottraendola a chi l’ha avuta prima di loro; nel terzo è il narratore stesso ad accostarsi a diversi interlocutori, muovendosi su differenti livelli di realtà e superando un numero vertiginoso di paradossi spazio-temporali. Ne risulta una voce che trascende la sua singolarità e mostra mondi paralleli e compresenti, in cui coesistono vivi e morti, risorti e immortali, eroi e martiri, epoche storiche e immaginazioni eterogenee.

Moresco ambisce all’universalità, scrive di guerre e cicli epici, ideazione regressiva ed estasi, autobiografia e soggetti trascendentali, fantascienza e storia delle religioni, mettendo ogni tema al servizio di una vicenda amorosa incentrata su una figura femminile che fonde in sé le caratteristiche di Virgilio e Beatrice (così come sono fusi Paradiso, Purgatorio, inferno e mondo terreno). Si tratta della Pesca, una ragazza presentata nel primo romanzo che qui si rivela guida e meta dell’itinerario.

Come per tutto ciò che già compariva negli Esordi, per lei si costruisce una dimensione più alta e mistica, che però deriva dalle intuizioni iniziali. Fin dalle prime pagine, infatti, il narratore, ancora in un contesto tutto sommato realistico, fa entrare nel suo discorso la voce di Dio, le cui frasi sono rese ambigue da un doppio “mi pareva”: «Mi pareva che sopra di me il fragore di stelle stesse aumentando a dismisura. interi piani di spazio stavano andando alla deriva, smottavano macinando firmamenti, mentre Dio si trovava in preda dell’angoscia dell’illimite. “Un tempo” mi pareva stesse silenziosamente vociando nello spazio “ero una liberissima, magmatica poltiglia che imperversava nell’increato intatto”» (p. 39). in questo passaggio (scritto all’inizio del 1984), si stabilisce quale sarà lo scopo dell’opera; Gli increati comincia a delinearsi qui, nell’allargamento del punto di vista, sospeso tra rivelazione e fantasticheria, che esplicita l’obiettivo della rappresentazione: mostrare l’increato attraverso le articolazioni della prosa, non più come attributo divino, ma come uno stato di cose che persiste nel divenire. Ora questo termine – preso dalla teologia, spostato nel campo della dizione poetica e sottoposto a diversi slittamenti metaforici – occupa il centro del sistema. Attraverso una monumentale coordinazione di struttura, figurazione, pensiero e stile, Moresco continua a sfidare un’epoca in cui molti hanno dato per certo l’esaurimento delle rappresentazioni letterarie, dando nuova voce e nuova forma alla tragedia di quel particolare tipo di uomo che non sa e non vuole smettere di ricercare l’infinito in se stesso e nella materia.

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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Tremila battute