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Emmanuel Carrère - Il Regno

[trad. it. di F. Bergamasco, Adelphi, Milano 2015]

Con Il Regno, il suo quinto récit, Emmanuel Carrère vuole ricostruire un pezzo decisivo ma ancora opaco della sua esistenza e insieme compiere un’indagine sul Cristianesimo del i secolo. Se fino a La classe de neige (1995) le sue opere narrative possono essere considerate semplicemente dei romanzi, a partire da L’Adversaire (2000) Carrère comincia a ibridare la fiction con fatti realmente accaduti, a sé e ad altri, e a mescolare e sovrapporre le proprie vicende personali con le vite che sta raccontando. Le modalità di ibridazione sono varie e intrecciate, a tal punto che possiamo leggere questi récit allo stesso tempo come fictions storiche, biografiche e autobiografiche. Il Regno si pone in continuità e in evoluzione rispetto alle opere precedenti, proponendo un’altra forma, particolare e originale, di narrazione ibrida. Notevolmente più lungo degli altri, è, per tematiche e questioni sollevate, anche il più ambizioso, ma è, al pari dei precedenti, un libro molto bello, costruito in modo sapiente, allo stesso tempo profondo e divertente, minuzioso ed entusiasmante.

Il Regno, diviso in quattro parti racchiuse da un prologo e da un epilogo, narra la storia delle prime comunità cristiane e in particolare le vicende di Luca, il medico evangelista e autore degli Atti degli Apostoli, e di Paolo di Tarso, il campione della missione di evangelizzazione dei pagani. Nella prima parte Carrère racconta di una crisi religiosa occorsagli agli inizi degli anni ’90, mentre nelle altre tre riferisce, ricostruisce e commenta gli eventi accaduti in Grecia, in Giudea e a Roma dal 50 al 90 d.C. La confessione della propria improvvisa conversione, tanto imbarazzante quanto radicale, gli dà l’occasione di esplorare le Scritture neotestamentarie e di valutare l’impatto esercitato tuttora dalla religione cristiana sulla società. L’attitudine di Carrère è quella del filologo, dell’esegeta, del fedele penitente e, ovviamente, dello scrittore. Tuttavia, oltre che i panni del cronista o dello storico egli veste soprattutto quelli dell’investigatore e dello sceneggiatore, con una precisa idea di cosa deve fare un romanziere quando si trova di fronte a incongruenze, dubbi interpretativi, o lacune nel racconto fattuale: inventare. E poi, riflettere su quell’invenzione discutendo il proprio modo di fare letteratura, sempre in bilico tra l’azzardo geniale e il rischio di falsificazione. Si alternano dunque per tutto il libro l’incessante riflessione dell’intellettuale e l’ostinata ed esibizionistica messa in scena del proprio “io” autoriale. Il piglio romanzesco è dato invece dal modo con cui Carrère immagina i pensieri, i desideri e le paure di persone vissute duemila anni fa, e cerca di restituirne l’universo mentale, culturale, ideologico.

La prima ragione della riuscita del libro risiede dunque nel piacere di immergersi in un mondo tanto distante, piacere che non viene mai meno nonostante l’enorme mole di informazioni presentate. La seconda, ben più importante, sta nella tensione interrogativa che innerva Il Regno: un’interrogazione sulla spiritualità (concepita come la capacità di instaurare connessioni), sul trascendente (illusione consolatoria ma anche bisogno profondo) e sul peccato. Una modalità di raccontare tanto più coraggiosa perché compiuta sulla propria esperienza – ma che funzionerebbe paradossalmente anche se fosse tutto inventato, come nelle migliori autofictions. Carrère riesce nel suo intento, evitando ingenuità e velleitarismo, perché rende sincero e onesto qualcosa che è ovviamente costruito ma che ha il carattere dell’urgenza e della necessità; perché riesce a mescolare le speculazioni filosofiche sulle religioni, i popoli e il destino della nostra civiltà con l’indulgenza e il compiacimento dello scrutarsi, e soprattutto con l’esercizio del dubbio. «Non lo so», significativamente, è l’ultima frase del libro.

Il Regno è dunque l’estremo punto di arrivo di un percorso autoriale che usa la persona autobiografica dialetticamente al fine di interrogarsi sul nostro tempo, ma che cerca la verità partendo dal reale, perché «il Regno non è l’aldilà ma la realtà della realtà».

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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Tremila battute