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Thomas Pavel - Le vite del romanzo. Una storia

[trad. it. di D. Biagi e C. Tirinnanzi de Medici, Mimesis, «Saggi letterari», 2015]

La storia riflessiva del romanzo che Thomas Pavel presenta in questo saggio comincia con le Etiopiche di Eliodoro e arriva fino ai giorni nostri, postulando una continuità nelle metamorfosi del genere. Lo sviluppo storico del romanzo segue qui, come nella teoria del giovane Lukács, i cambiamenti del legame tra individuo e comunità, e della comprensione umana del mondo, ma con uno sfasamento rispetto alla storia sociale e intellettuale. Un ruolo particolare è riconosciuto ai metodi utilizzati nel tratteggiare l’animo umano e al dialogo intrattenuto, in absentia o in praesentia, dagli scrittori.

Il punto di partenza è un’incongruenza del canone occidentale. Per Cervantes – ci dice Pavel – il Don Chisciotte era poco più di un divertissement, il nuovo modello per la posterità doveva essere il Persiles e Sigismonda. Perché non provare, per una volta, a dar credito all’ultima volontà dell’autore? Questo rovesciamento permette non solo di individuare due varianti tematiche fondamentali – le storie che idealizzano l’uomo e le sue ambizioni, e quelle che lo deridono – ma anche di invertirne i ruoli nell’evoluzione del genere. Se è vero che anche a secoli di distanza sentiamo certi romanzi particolarmente vicini proprio perché ci presentano una descrizione impietosa della natura umana (è la modernità del Don Chisciotte, naturalmente, ma anche di Rabelais, Sterne, Diderot, Fielding), forse è un’altra la forza che ne ha permesso lo sviluppo nel tempo. Forse il vero motore del romanzo è la ricerca di un ideale. E la sua storia è la storia del conflitto tra una spinta costruttiva e il suo controcanto ironico. Chi abbia un po’ di familiarità con l’opera di Pavel avrà già intuito il riferimento al «metodo ideografico», la modalità di racconto, tipica del romanzo ellenistico, che prevede trame episodiche, poca verosimiglianza, narrazione alla terza persona e personaggi piatti. È la costruzione di un mondo immaginario sorretto dalla potenza di un’idea unificante. Nelle Etiopiche, Cariclea e Teagene trionfano su natura e società grazie alla Provvidenza e alla purezza dalla loro anima; nei romanzi cavallereschi gloria e giustizia sono inseparabili: proprio perché casto e legittimo, l’amore di Yvain per Laudine trova infine il giusto coronamento. Il metodo ideografico indica un rifugio all’individuo in un mondo ostile e una via d’uscita illuminata dal divino. Pavel mostra come tale metodo, perduta la possibilità di rimandare a una perfezione esterna e superiore all’uomo, si sia trasformato nell’investigazione sempre più approfondita del suo spazio interiore. Per l’autore, il contributo più importante che la narrativa anti-idealista (il Satyricon, il Lazarillo di Tormes, il Decameron, l’Avventuroso Simplicissimus, Tom Jones…) dà alla storia del romanzo è l’attenzione al dettaglio concreto, da cui discenderebbe la brama storica e sociologica ottocentesca. La chiave di volta della modernità letteraria si trova però nei romanzi di Richardson, che danno vita a una forma inedita, dove «la narrazione, in grado di muoversi dal fatto più banale alla tragedia più fosca, registra ogni sfumatura di conversazione, sentimento, gesto, umore».

Dalle anime forti di epoca classica e medievale, si passa così alla sensibilità di Pamela, fedele alla purezza del suo cuore, per poi arrivare alle eroine di Jane Austen, che sono pienamente se stesse solo nel momento in cui riconoscono i loro sentimenti più autentici. La narrazione ad alto tasso emotivo e morale della Nuova Eloisa è una reinvenzione romantica del metodo ideografico: un’«ideografia soggettiva» che «indugia sullo splendore del cuore» umano. La grande stagione di Tolstoj e Dostoevskij si presenta come un tentativo di sintesi concettuale tra un anti-ideale e un ideale, tra il pessimismo schopenhaueriano e un lento apprendistato alla virtù.

Sappiamo da tempo che la comprensione delle ambiguità della natura umana fa sì che nel romanzo si apra uno spazio unico di libertà. Pavel ci dice qualcosa a cui forse non avevamo pensato: e se questa libertà fosse, anche, la ricerca di un bene, una forma di moralità?

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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