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Claudia Crocco - La poesia italiana del Novecento. Il canone e le interpretazioni

[Carocci, Roma 2015]

 

«Ogni tentativo di storiografia critica è, allo stesso tempo, un atto di costruzione e ricostruzione: è importante non soltanto ai fini della memoria, della conservazione del passato, ma anche per la costruzione del presente» (p. 21). Attraverso un’indagine storica degli snodi letterari del Novecento (sillogi, antologie, riviste, saggi, storie della letteratura, inchieste di sociologia della letteratura), Claudia Crocco propone al lettore un nuovo canone della poesia italiana del “secolo breve”, che si apre con una configurazione storica del modernismo per arrivare fino all’ultimo quarto di secolo.

Lo spazio letterario preso in esame è scandito da tre tappe fondamentali: la poetica modernista, la cui esplorazione della coscienza, «mettendola in scena, includendo altri soggetti nel proprio discorso, oppure introducendo una riflessione nel testo» (p. 27), dà inizio al Novecento; il 1956, l’anno di Laborintus di Sanguineti e di La bufera e altro di Montale, del «Verri» di Luciano Anceschi, del Passaggio di Enea di Caproni e Calendario di Antonio Porta, a partire dai quali «le opere dei dieci anni successivi trasformano profondamente la lirica italiana, segnando una cesura» (p. 89); gli anni Novanta, durante i quali le antologie «trasmettono l’immagine di un campo letterario diviso fra recupero del valore orfico della poesia e nuovi tentativi di avanguardia» (p. 182), mentre la nuova poesia «sperimenta diverse possibilità per parlare di alienazione e straniamento dal mondo, ma inserendo la voce di chi scrive in mezzo alle altre» (p. 185).

Secondo Crocco, il Novecento inizia con il modernismo: «[i] poeti modernisti scrivono dopo un attraversamento critico della poesia di Pascoli e D’Annunzio, rispetto alla quale sono talvolta polemici» (p. 26). La rottura dialettica con la tradizione poetica precedente diventa il centro della riflessione poetica dei poeti dei primi due decenni del Novecento – riflessione che ha come fulcro «la rappresentazione dell’interiorità» (p. 27). In linea con le tesi di Luperini e Donnarumma, Crocco, attraverso un esame del dibattito critico e poetico delle riviste del primo quindicennio del Novecento («Leonardo», «il Regno», «La critica», «Hermes», «Poesia», «La Voce») riconosce in Gozzano, Corazzini e Palazzeschi, Campana, Rebora e Sbarbaro, le voci moderniste dell’inizio del Novecento. Questa flessione poetica modernista prosegue anche nel secondo capitolo, e quindi nel primo Ungaretti e Saba (ma anche in Pavese, Noventa e Penna), ma la radice del modernismo è ricondotta alla crisi epistemologica dell’inizio del Novecento.

Il 1956 è una data osmotica, un passaggio, come quello di Enea, il cui tessuto lirico assume connotati sempre più “inclusivi”. L’analisi critica di questa stagione procede per coppie dialettiche, quasi dissonanti, come Sereni e Fortini, Luzi e Caproni, secondo una prospettiva storica e linguistica: se, infatti, dopo il 1956 si registra una «riemersione della tendenza modernista», nei testi ciò si manifesta attraverso l’utilizzo di «inserti dialogici» e «teatrali»; la scomparsa della «prima persona», che, anche quando viene chiamata in causa, «è ormai irriconoscibile»; la presenza di «tautologi[e]» e di una «decomposizione della forma» (pp. 92-93).

Sulla scia del capitolo sugli anni Ottanta, Crocco inserisce negli anni Novanta quei poeti nelle cui opere «la parola non usa la prima persona singolare, oppure lo fa rivendicando di parlare in nome di qualcun altro […]. Anche quando sono presenti dettagli biografici […], non c’è mai un soggetto integro di tipo tradizionale» (p. 185). Mesa, Buffoni e Pusterla, da una parte, Fiori e Anedda, dall’altra, rispondono a questo criterio linguistico-morfologico. Le assonanze con la tradizione lirica postuma degli anni Sessanta è assai forte, ma la distanza è resa dall’esaurimento della poetica modernista, incapace alla fine del secolo di poter produrre nuovi piani interpretativi e rispondere ai nuovi orizzonti epistemologici della poesia del tardo Novecento.

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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