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Anna Boschetti - Ismes. Du réalisme au postmodernisme

[CNRS Éditions, Paris 2014]

Cosa accomuna L’Atelier de l’artiste di Courbet e l’introduzione di Spivak alla traduzione inglese di De la grammatologie di Derrida? Le parole e le cose di Foucault, Le Mots di Sartre e le parole in libertà di Marinetti? Nelle storie letterarie, dell’arte o delle idee queste opere sono catalogate come seminali o esemplari di un “movimento” artistico o intellettuale – e, più precisamente, dei cinque “ismi” cui Anna Boschetti dedica i capitoli del suo ultimo libro: “realismo”, “futurismo”, “esistenzialismo”, “strutturalismo” e “postmodernismo”. Le virgolette sono dell’autrice, che nei punti decisivi dell’esposizione si serve di questo accorgimento editoriale per invitare il lettore a tener sotto controllo gli automatismi percettivi che si accompagnano al concetto di “movimento” intellettuale o artistico. Le istituzioni educative infatti – dalla scuola con i suoi manuali ai conflitti accademici delle interpretazioni – tendono a dare un’idea della storia culturale come una successione di “movimenti” che nascono, si sviluppano e muoiono, e di cui gli studiosi cercano di individuare la definizione, l’essenza che ne attraversa le diverse fasi. Boschetti mostra invece come ogni “ismo” sia un modo per classificare e raggruppare opere dalla genesi spesso irrelata, un’etichetta nata all’interno del conflitto che nei campi culturali oppone gli intellettuali e gli artisti che hanno conquistato posizioni di prestigio a quelli che per soppiantarli rinnovano gli strumenti del lavoro culturale. intellettuali e artisti in via di affermazione si raggruppano designando un nuovo “ismo”, scrivendo manifesti, fondando riviste, ristrutturando i canoni: ma si tratta di alleanze il più delle volte momentanee, fondate più su rifiuti condivisi che su intenti comuni. Perciò ogni tentativo di definirle in maniera sintetica ed esaustiva (“il futurismo è…”, “lo strutturalismo è…”) non può che fallire – o meglio, fa parte esso stesso del conflitto che anima incessantemente i campi culturali: tra le condizioni che hanno consentito ad alcune di queste etichette di trasformarsi in termini chiave della storia culturale, infatti, c’è proprio il lavoro di cristallizzazione operato dalla critica, dall’accademia e dai media su termini nati come strumenti di battaglia e oggetti del contendere i cinque “ismi” trattati nel libro hanno avuto Parigi come centro propulsore, ma la loro rilevanza si è estesa ben al di là della cultura francese: come hanno mostrato le più recenti ricerche sulla circolazione internazionale delle idee, infatti, fino alla metà del secolo scorso la capitale francese ha funzionato come un “meridiano di Greenwich” della cultura mondiale – è stata cioè il luogo geografico che ha scandito il tempo della modernità artistica e intellettuale. Per fare soltanto un esempio, il successo internazionale del futurismo non sarebbe stato possibile senza la consacrazione parigina che Marinetti riesce a ottenere grazie al suo precoce inserimento nel campo letterario della capitale francese; e, d’altra parte, proprio la provenienza del fondatore da un contesto provinciale e arretrato come quello italiano ha conferito al futurismo una radicalità eversiva che ha poi servito da modello funzionale a ogni successiva avanguardia. Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale Parigi perde la funzione di capitale culturale mondiale, che migra verso il mondo anglofono; Boschetti contribuisce all’analisi di questa trasformazione epocale illustrando come il processo di importazione dello strutturalismo francese nei campus statunitensi abbia portato all’invenzione della French Theory e del postmodernismo.

Quest’ottica transnazionale e interdisciplinare è fondata su un paradigma forte di interpretazione dei fenomeni culturali, derivato dalle Regole dell’arte di Bourdieu e affinato e arricchito negli ultimi decenni da ricercatori di tutto il mondo. Come altri studi prodotti da questo cantiere di ricerca internazionale, questo libro potrà servire da modello a tutti coloro che si stanno impegnando nel rinnovamento dei modi e delle forme della storiografia letteraria.

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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Tremila battute