Informativa sull'utilizzo dei cookie

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Per saperne di piu'

Accetto

Émile Zola - Romanzi

[a cura di P. Pellini, trad. it. di G. Bogliolo, A. Bucarelli, A. Calzolari, D. Feroldi, D. Gibelli, P. Messori, P. Pellini, Mondadori«Meridiani», Milano 2010-2015]

Perché leggere Zola nel 2015? In un momento in cui la critica tende a ripercorrere i propri modelli storiografici interrogando con ansia la tenuta di canoni e paradigmi, al facile dubbio sull’attualità di uno scrittore che segna la nostra percezione di «Ottocento letterario» sembra venire apposta a rispondere la nuova edizione dei Romanzi proposta da Mondadori e curata da Pierluigi Pellini. Un’edizione il cui progetto – riassunto nell’Introduzione del curatore – svela l’ambizione di costituirsi tassello di un rinnovato rapporto con i “classici”, proponendosi al lettore come punto d’arrivo e di partenza di un percorso mirato a verificare la massa di stereotipi critici (e le loro ragioni, talvolta profondamente psicologiche e politiche) accumulatisi attorno a Zola nel secolo e mezzo circa che ci separa dal suo lavoro.

Perché leggere Zola, quindi? In primo luogo per scoprire che l’autore del Roman expérimental, con il cui programma una tradizione critica forse più attenta ai manifesti che alle opere ci ha abituato a farlo interamente coincidere, non fu mai un sistematico applicatore di questo modello, in fondo «capitolo estravagante» del suo percorso artistico, insufficiente a dar conto di tutta la varietà di intuizioni e di soluzioni che un lettore libero da pregiudizi può riscontrare nelle sue opere.

In secondo luogo, per «scardinare una periodizzazione letteraria che ha l’inerzia di modellarsi sulla successione dei secoli» (p. XLVII) e portare alla luce quella «linea di continuità fra naturalismo, modernismo e romanzo sperimentale del Novecento» (p. LIV) che la storiografia italiana (a differenza di quella francese, debitrice di Dubois e Hamon) ha finora mancato di riconoscere. Insieme a Flaubert, Zola è qui proposto quale vero e proprio fondatore di quella tradizione di media durata, basata sulla contestazione delle strutture narrative sette-ottocentesche e in particolare sull’estinzione del romanesque, che attraverso l’articolazione modernista culmina nello sperimentalismo del Nouveau Roman e pare addirittura anticipare certe soluzioni dell’antiromanzo tardomodernista o postmoderno. In terzo luogo, per promuovere una rinnovata visione d’insieme dei Rougon-Macquart (a cui appartengono otto dei nove romanzi selezionati per l’edizione), capace di rilevare con lucidità le logiche strutturali che percorrono il vasto apparato macrotestuale e che, con le loro mutazioni e intermittenze, documentano l’evoluzione del percorso zoliano e gli effetti della sua intrinseca problematicità di “formazione di compromesso” tra istanze anche molto conflittuali: tra impersonalità assolutamente «oggettiva» e strategie simboliche e mitopoietiche di «intensificazione» della realtà, tra inflazione descrittiva ed equilibrio architettonico, tra ambizioni di scrittura colta e desiderio di successo commerciale, tra i topoi romanzeschi rintracciabili nelle Èbauches e la loro correzione realistica basata sull’inchiesta documentaria, in un continuo sforzo compositivo che i volumi Mondadori ricostruiscono grazie allo studio filologico dei dossiers preparatori presentato nelle accurate Notizie sui testi.

Infine, e soprattutto, è bene rileggere Zola (e rileggerlo nella veste scorrevole delle nuove traduzioni, che vengono ad aggiornare una situazione testuale finora dominata dal riproporsi di versioni datate) proprio per smentire «la leggenda di un naturalism inattuale»  soprattutt pe scongiurare quella sua «variante propriamente ideologica e particolarmente insidiosa» (p. XLIX) che, nella forma del distanziamento celebrativo, tende a disinnescare le sollecitazioni della chiamata all’impegno politico del «primo dei moderni intellettuali» (p. LI), confinandone la portata nello spazio di un’epoca dipinta come completamente diversa dalla nostra, e quindi abitata da discorsi (e comportamenti pubblici) che non varrebbe la pena di prendere sul serio e che questa nuova edizione invece ci invita a riconsiderare.

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

Tema

Presente

Il libro in questione

Tremila battute