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Daniele Del Giudice - I Racconti

[Einaudi, Torino 2016]

Il volume si divide in due parti: nella prima si ripubblicano i racconti già apparsi in volume (Nel museo di Reims, la raccolta intitolata Mania e Mercanti del tempo); nella seconda invece vengono raccolti per la prima volta quelli usciti su riviste, cataloghi (Naufragio con quadro, Ritornare a Sud e «Fitness» delle emozioni del ritratto) e due inediti (Popiove e Di legno e di tela). Nonostante il grande lasso di tempo che divide i diversi racconti, la raccolta riesce a tratteggiare con estrema precisione i caratteri della scrittura di Del Giudice e riesce altresì ad evidenziare come la scrittura breve non risulti accessoria rispetto a quella dei romanzi.

Le parole di Del Giudice aderiscono perfettamente ai contorni delle cose che designano, producendo una scrittura estremamente piana, di una esibita quanto camuffata semplicità, sublimata in una precisione sempre funzionale alla materia trattata. Si tratta di una scrittura che vive di sottrazione e che coinvolge nello stesso tempo le strutture della forma racconto e il suo linguaggio, debitrice anche di quei caratteri di leggerezza teorizzati da Calvino. Tale stile trova ovviamente il suo maggiore compimento nella descrizione. In L’orecchio assoluto per esempio, la descrizione della composizione del pulviscolo atmosferico, che l’esperto spiega essere composto da escrementi di acari («Lei può vederlo […] in un sottile raggio di sole che sguscia dalle persiane della sua camera da letto, quelle particelle sospese non sono polvere, sono escrementi, pelle digerita e liberata dagli animaletti» pp. 41-42), diviene l’occasione per mostrare in maniera lampante il meccanismo descrittivo di tutta l’opera di Del Giudice, un rovesciamento epistemologico che rende la spiegazione razionale di un fenomeno non tanto un motivo per ricondurlo alla normalità, quanto l’occasione narrativa per renderlo ancora più strano. Come nota Tiziano Scarpa nella sua articolata prefazione, si tratta di un procedimento tipicamente moderno, una estetica della stranezza che Del Giudice indaga e racconta grazie proprio a

una leggerezza della scrittura che riesce a rendere i suoi oggetti tanto reali quanto inafferrabili. Non sarà allora strano che L’orecchio assoluto si trasformi poi in una chirurgica narrazione di una violenza, proprio perché, parafrasando Todorov, è proprio dalle stranezze del quotidiano che nasce il sentimento perturbante.

L’altra caratteristica che i racconti mostrano è la relazione a due che intesse gran parte della raccolta, e che già era una struttura portante dei suoi romanzi (esempio esaustivo è il romanzo Lo stadio di Wimbledon, dove la ricerca su Bobi Bazlen si articola proprio in un gioco di coppie tra il protagonista e i testimoni). In uno dei più bei racconti di Del Giudice, Nel museo di Reims, il gioco di specchi tra verità e menzogne è costruito attraverso i dialoghi tra il giovane Barnaba, che sta inesorabilmente diventando cieco e per questo decide, prima che cali definitivamente il buio, di immagazzinare le immagini di alcuni capolavori della pittura, e Anne, che descrive al protagonista in maniera tanto minuziosa quanto infedele i soggetti delle opere. Tra i tangibili ammiccamenti al racconto di Carver Cattedrale, Nel museo di Reims restituisce nell’arco della sua manciata di pagine la veridicità della relazione a due che, nonostante possa essere inficiata da bugie ed errori, si staglia come autentica realizzazione dell’uomo.

Desta infine grande interesse, soprattutto perché inedito, Di legno e di tela, uno dei migliori testi della raccolta, dove Del Giudice ritorna ancora, dopo le memorabili pagine di Atlante Occidentale, sul tema del volo. In questo racconto Del Giudice narra, utilizzando anche parole sul volo tratte dal suggestivo Primo dizionario aereo di Marinetti e Azari o dallo sconosciuto apologo di Italo Balbo In memoria di Roberto Fabbri, il più giovane aviatore del mondo, il volo di addestramento di un idrovolante, attraverso i particolari tecnici e i sentimenti del pilota, debitore ancora di quello sguardo piano e rettilineo che rappresenta il più importante tratto distintivo della sua opera.

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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Tremila battute