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Philippe Daros - Fictions de reconnaissance. L’art de raconter après la fin des «mythologies de l’écriture». Essai sur l’œuvre de Daniele Del Giudice

[Hermann, Paris 2016]

Da vari anni Philippe Daros, docente alla Sorbonne Nouvelle Paris 3, s’interessa al modo in cui la letteratura può – o no – riflettere i cambiamenti della società contemporanea. L’argomento era già stato studiato nel suo saggio precedente, L’art comme action. Pour une approche anthropologique du fait littéraire (Honoré Champion, Paris 2012), che cercava di riflettere su come la letteratura ponga la questione del soggetto e delle sue rappresentazioni. Nel suo libro più recente (traducibile con Finzioni del ri-conoscere. L’arte di raccontare dopo la fine delle «mitologie della scrittura». Saggio sull’opera di Daniele Del Giudice), Daros dimostra quanto l’opera di Del Giudice – e in particolare i titoli pubblicati fino al 2001, da Lo stadio di Wimbledon fino a I-TIGI, Canto per Ustica, sui quali la bibliografia critica è relativamente scarsa – proponga un’intima riflessione sul mondo di oggi.

Dopo un’introduzione che consente al lettore di inserire l’opera dello scrittore nel contesto delle questioni letterarie, antropologiche e filosofiche degli ultimi decenni, il libro di Daros, particolarmente denso, analizza un’opera di Del Giudice per ogni capitolo, sottolineando i legami di ognuna di esse con la società odierna. La riflessione sulla possibilità o meno di proporre un racconto in sintonia con la propria epoca, suscettibile di tener conto dell’eredità storica e letteraria e di superare le «mitologie della scrittura» (ovvero un testo fondato sulla mimesis o, al contrario, concepito tramite il rifiuto della rappresentazione), appare rapidamente centrale in vari testi dell’autore. Staccando l’ombra da terra (1994), in cui la questione della rappresentazione è suggerita attraverso il vincolo tra il narratore e l’aereo, oppone due universi: quello del volo, in cui ogni elemento è controllato dal pilota, e quello del mondo «quotidiano», caratterizzato dall’imprevedibile, per sottolineare l’importanza del «cono d’ombra» (p. 87) nella scrittura letteraria, allo scopo di garantirne la legittimità. Allo stesso modo, in Atlante Occidentale (1985), il narratore finisce per capire l’importanza del velo che deve coprire ogni soggetto per dare al «gesto d’invenzione» la sua ragione etica di essere. I racconti della raccolta Mania (1997), attraverso allusioni a una realtà risolutamente contemporanea (si pensi a Evil Live, serie di mail scambiate tra internauti anonimi, alla maniera di una comunità di fanfiction), dimostrano l’importanza dell’opacità, dell’impedire al lettore una piena comprensione dei vari intrecci sviluppati. Nel museo di Reims (1988), centrato su Barnaba, afflitto da una malattia che lo renderà cieco, insiste ancora sulla necessità di una parte d’ombra nella narrazione letteraria, aggiungendo attraverso la figura di Anna, giovane ragazza incontrata dall’eroe nel museo di Reims, una “figura dell’alterità”, condizione necessaria per capire l’importanza della «luce-buio» (così, efficacemente, l’espressione «Lumière-Noir» proposta da Daros, p. 89) che vela il mondo. Le risposte deliberatamente sbagliate che ella dà a Barnaba quando questi la sollecita su questo o quel quadro hanno lo scopo di rimarcare l’importanza della “non esattezza” nella scrittura romanzesca.

L’approccio dell’alterità è, del resto, un altro tema centrale sin dagli esordi dell’opera di Del Giudice, come mostra Lo stadio di Wimbledon (1983), incentrato sulla figura di Roberto Bazlen. Il disinteresse progressivo manifestato dal narratore nel raccogliere tutti i frammenti su Bazlen, «scrittore senza libri» ossessionato dalla «scrittura come naufragio» (p. 60), lega l’impossibilità del lutto alla resistenza da parte del rimosso a qualsiasi riduzione, a qualsiasi risposta sul mistero del vivere: una presa di coscienza che consente al narratore di presentarsi come soggetto individuale ed etico. Attraverso il saggio di Daros le opere di Del Giudice affermano la possibilità ancora oggi di un certo racconto, in cui l’altro appare come premessa ad un tempo fragile e necessaria.

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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Tremila battute