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Annie Ernaux - L’altra figlia

[ trad. it. di L. Flabbi, L’orma, Roma 2016 ]

È un romanzo breve, tradotto da Lorenzo Flabbi per l’editore L’orma (2016). Come Il posto, che lo precede di qualche anno, ha un impianto autobiografico apparentemente più tradizionale rispetto al capolavoro di Ernaux, che resta Gli anni. In quest’ultimo, infatti, il referto autobiografico tradizionale (la corrispondenza fra l’io dell’autore e quello della voce narrante) è ridotto al minimo: sull’io prevale il noi, perché si tratta, in realtà, di un’autobiografia anomala, generazionale, in cui l’aspetto storico e sociologico è preponderante su quello privato e individuale. Qui invece, come in Il posto e anche più che in Il posto, il momento privato ed esistenziale è determinante e l’elemento storico e documentario nettamente secondario, ridotto all’analisi di alcune foto d’epoca (anch’esse peraltro riferite all’ambito del privato) e a due foto della casa d’infanzia, quest’ultime, direi, del tutto inessenziali.

Il racconto (ma si tratta di racconto?) procede su due piani, spesso strettamente intrecciati, talora invece distinti attraverso l’uso di parentesi quadre, a introdurre momenti di riflessione metaletteraria, in genere considerazioni sull’origine della scrittura: un piano più narrativo e un altro decisamente riflessivo. Ma di narrazione vera e propria o di racconto è difficile qui parlare. Non c’è sviluppo, progressione: il testo ritorna di continuo sui propri interrogativi. Da questo punto di vista rimanda più all’immobilità della lirica che all’andamento del romanzo. E della prosa lirica ha il procedimento per lasse brevi e ben pausate, il gioco sul silenzio degli spazi bianchi, l’appello al “tu” della sorella morta (cui l’autrice si rivolge nella forma della lettera). Le date non mancano: ma servono solo a fissare situazioni psicologiche, a evocare stati d’animo. Ma, attenzione!: si tratta comunque di una liricità contratta, raggelata dalla riflessione agevolata dalla distanza, anche temporale, fra io scrivente e io narrato.

Il primo ricorso alle parentesi quadre che incontriamo può apparire enigmatico. Si legge: «Qui, ora, mi pare che le parole squarcino una zona crepuscolare, mi afferrino e sia la fine». La fine di cosa? Naturalmente siamo sul piano metaletterario, e ci si riferisce alla scrittura («le parole»). La scrittura è fine di un interdetto, caduta di un tabù, cancellazione di un segreto. L’interdetto, il tabù, il segreto riguardano la sorellina morta all’età di sei anni (due anni prima della nascita dell’autrice-narrante), la cui esistenza, sempre tenuta nascosta (è il segreto di famiglia), è stata scoperta da Annie solo per caso, all’età di dieci anni, ascoltando di nascosto una conversazione fra la madre e una conoscente. Da qui una doppia serie di inchieste: una di origine esistenziale e psicologica (Annie ha sostituito la sorellina, è nata prendendo – indebitamente? – il posto dell’altra, è vissuta solo perché lei è morta), l’altra di origine estetico-letteraria (la scrittura come finzione, come rimedio alla «assenza di essere» determinata dalla sensazione di vivere al posto di un altro, come dannazione o scacco).

Questo secondo piano è affascinante e scivoloso in entrambe le serie, si presta a qualche, rara, banalità (come «Ciò che sto facendo qui è rincorrere un’ombra») e allo stereotipo decadente della scrittura come dannazione e privilegio insieme. Ernaux ne riduce al minimo la possibilità di caduta grazie al rigore controllatissimo della scrittura e dei procedimenti (asimmetrici, direbbe Matte Blanco) di una inquisizione razionale che si esprime attraverso testimonianze (le foto, le lettere di parenti) ma, paradossalmente, e fortunatamente, anche con gli scarti e le improvvise illuminazioni di una logica invece simmetrica ed emotiva.

L’altra figlia è un bel romanzo, un prodotto degno dell’autrice di Gli anni. Ma, si sarà capito, è un’opera minore nel quadro della produzione letteraria di una scrittrice che è una delle maggiori del nostro tempo.

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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Tremila battute