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Emmanuel Carrère - Io sono vivo, voi siete morti

[ trad. it. di F. e L. Di Lella, Adelphi, Milano 2016 ]

Benché sia detestabile, abbiamo una sola vita da vivere, impossibilitati per sempre a uscirne e a essere altro anche per un momento. Questo soffocamento è la radice della scrittura di Carrère, autore di varietà sorprendente negli argomenti e negli approcci. Si può individuare la sua costante proprio guardando a quali personaggi, veri e di finzione, è rimasto fedele: uomini distrutti, in un esercizio pirandelliano spinto all’estremo, dal divario fra l’auto-percezione e l’opinione altrui (Baffi, 1986); bambini che creano una finzione spionistica per nascondere un abisso di orrore familiare e, non troppo inconsapevolmente, finiscono per precipitarvi con più rapidità (Nicolas in La settimana bianca, 1995); persone comuni che si danno un’identità fittizia più affascinante, fino a chiudersi nella propria doppiezza e uccidere moglie, figli, genitori (L’avversario, 2000), o fino a fondersi con la propria epopea criminaloide ed estetizzante (Limonov, 2011). Pochi scrittori meglio di Dick hanno espresso l’insofferenza verso l’impossibilità di sperimentare altre esistenze: la creazione di «mondi distorti e privati, spesso abitati da una sola persona» (così Dick li definì in un convegno del 1977 a Metz) riassume il sospetto, terrorizzato e desiderante al tempo stesso, di abitare un infimo cosmo di cartapesta in balia di qualche padrone confuso: forarne le pareti è impossibile, ma altrettanto lo è ritornare alla propria ignoranza – Dick è uno scrittore platonico fuori tempo massimo, di fedeltà eccessiva e talvolta didascalica ai suoi miti.

Nella sua biografia (prima edizione 1993) Carrère ci mostra i meccanismi di una lunga opera ben più paranoica che meravigliosa, concedendosi eccellenti sinossi dei suoi testi maggiori, da Ubik a La svastica sul sole (e aggirandone la non rara sciatteria: del biografato non vengono quasi mai riportati brani), e tratta spesso il suo oggetto di studio come un narratore onnisciente tratta un suo personaggio. Entra nei suoi pensieri, camuffa in una narrazione analitica, troppo incline a sparpagliarsi, un ingente lavoro su documenti e testimonianze, e mentre si concede licenze interpretative che uno storiografo non si permetterebbe, abbandona l’onniscienza quando è funzionale all’economia del suo discorso: così, l’agonia del protagonista viene osservata dall’esterno. Altrettanto sospeso è lo sguardo di Carrère verso la religiosità sincretica di Dick, il suo carattere più inattuale per noi e quello che più ci resiste e ci sfida. Spogliata di ogni elemento sociale e storico, la vocazione trascendente di Dick si acuisce dopo una conversione allucinatoria del 1974 e diventa un confronto perdente con la propria finitudine: la possibilità di rinascere altrove, teorizzata quasi ovunque a partire dall’abnorme Esegesi, ha creato l’affinità più intensa con Carrère, che, i lettori del Regno (2014) lo ricordano, nei primi anni Novanta attraversava una crisi religiosa finita con l’abbandono del cattolicesimo a favore di un ateismo ironico, senza asprezze. Ecco dunque che il confronto con Dick, oltre a essere un esempio di come una biografia riuscita dovrebbe essere (in Italia, purtroppo, si conferma un genere giornalistico o, nei casi peggiori, propagandistico), è anche un rispecchiamento imperfetto, il segno di un congedo. In trappola fuori dalla caverna, Dick condensa nella sua opera l’orrore per la realtà così com’è, e non riesce a parlare d’altro che di evaderne, non diversamente da quanto fece Lovecraft secondo il saggio H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita di Houellebecq (1991); Carrère si distanzia dal suo autore-feticcio per trasformarsi un romanziere assolutamente veridico, per cui non c’è altro di raccontabile che le vite degli altri, in bilico sulla loro insensatezza. Compito dello scrittore non è scappare, ma farsene carico e perdere l’onnipotenza virtuale della fiction.

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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