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Todd Haynes - Carol

[ UK-USA, 2015 ]

Nonostante molte candidature importanti, il bellissimo film che Todd Haynes ha tratto dal romanzo di Patricia Highsmith The Price of Salt (1952) non ha ricevuto riconoscimenti ufficiali significativi, a parte il premio ex-aequo a Cannes per l’interpretazione di Rooney Mara. Carol è stato recepito come un’opera fredda o, peggio, ideologicamente discutibile, ma non ci si poteva aspettare un film politico da un regista che ha sempre coniugato una militanza queer aperta e senza equivoci con un’autentica devozione al cinema come arte radicalmente formale. Haynes ha dato il meglio di sé nel confronto con la musica (I’m NotThere) e con la letteratura (Mildred Pierce), come se lo scarto mediale avesse il potere di rendere ancora più acuta, per contrasto, la sua capacità di pensare per immagini.

Nel caso di Carol, i riferimenti dichiarati agli scatti di Saul Leiter e Vivian Maier confermano la sostanza pienamente visiva del film, in cui la storia messa in scena aderisce alla forma del racconto al punto da coincidere con essa. Questo accade non solo perché nel passaggio dal romanzo al film Therese diventa un’aspirante fotografa, ma anche e soprattutto perché le inquadrature sono dominate da vetrine, specchi e finestre, sulle cui superfici cose e persone si riflettono, generando quella mescolanza (e indecidibilità) tra visione diretta e visione filtrata che è il tema essenziale del film.

La combinazione, nella stessa inquadratura, di visione diretta e visione mediata da un filtro o da un riflesso serve a suggerire la permeabilità tra percezioni e ricordi e insieme a enfatizzare la dimensione materiale dello sguardo, che la grana del 16 millimetri riesce a rendere quasi tangibile sullo schermo. Subito dopo la scena iniziale, la cinepresa inquadra Rooney Mara (Therese) attraverso un finestrino sul quale si riflettono le luci della città: è la cornice di un breve flashback che annuncia quello, molto più lungo, che ci mostrerà la storia d’amore tra la giovane commessa e la più matura e ricca Carol, dal primo incontro alla separazione forzata. L’inquadratura di Therese che ricorda è destinata a riaffiorare, quasi impercettibilmente, tra altri primi piani di lei nella scena in cui, in macchina con Carol, attraversa un tunnel: onirica incubazione dell’amore e prova generale del più lungo viaggio che seguirà, la straordinaria sequenza è costruita su un contrasto estremo tra zone sfocate e dettagli a fuoco, particolari isolati dal desiderio ma anche dal ricordo, come rivela l’affioramento asincronico dell’immagine di Therese. La combinazione di visione diretta e visione riflessa culmina nella scena in cui intravediamo Carol sorridente alla reception di un motel, attraverso una vetrina nella quale si riflette il parcheggio antistante: il sovrapporsi delle due immagini esprime l’intreccio crudele tra la felicità della notte passata con Therese e la notizia portata dal telegramma che costringerà Carol ad abbandonarla. Allo stesso modo, la squallida vista del registratore con cui l’investigatore privato ha inciso i nastri che forniranno la prova incontrovertibile della colpa contrasta con l’intimità luminosa che quelle registrazioni hanno violato.

È attraverso lo sguardo che passa quasi tutto quello che accade in Carol: l’identificazione, l’innamoramento, la passione («I want to see you»), il rivelarsi a se stessi e agli altri. In questo senso, la scena della festa che precede il lieto fine risulta molto più sottilmente politica di tanti drammi dall’esito tragico. Al party, Therese incrocia lo sguardo di una sconosciuta, che immediatamente la identifica e ne è identificata, secondo quel misterioso meccanismo di riconoscimento descritto da Proust in Sodome et Gomorrhe. È una rivelazione fondamentale e quasi paurosa per Therese, che cerca di sfuggire al confronto con la donna (cioè, fondamentalmente, con se stessa). Ciò che è intollerabile ai suoi occhi è che quella sconosciuta non rappresenti più un mondo che la osserva dall’esterno (come le butch che l’avevano fissata nel negozio di dischi), ma sia il mondo a cui lei stessa appartiene: senza questa consapevolezza, non potrebbe mai raggiungere Carol.

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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Tremila battute