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Bruno Pischedda - L’idioma molesto. Cecchi e la letteratura novecentesca a sfondo razziale

[ Aragno, Torino 2015 ]

Non so come sia nato questo libro. Ma mi sono chiesta, leggendolo, se il suo autore non abbia vissuto la mia stessa esperienza: quella di trovarsi a leggere integralmente «La Ronda», la rivista di cui Emilio Cecchi, protagonista dell’Idioma molesto, fu una delle firme più importanti, e di constatare il ricorrere continuo, intollerabile per un lettore contemporaneo, di note antisemite – esternazioni tanto più stupefacenti in quanto appaiono su una rivista che le storie letterarie ci presentano come così bon ton: paladina del ritorno all’ordine e del disimpegno, ostile alle oltranze delle avanguardie. (Mai fidarsi delle storie letterarie: le accensioni polemiche della «Ronda» non hanno niente da invidiare a quelle della «Voce»).

Il primo a interrogarsi su una «Ronda» antisemita è stato lo storico Gabriele Rigano, in un saggio del 2008 che sondava gli scritti di Cecchi e dell’antichista Gaetano De Sanctis come case studies di un «antisemitismo invisibile», cioè dell’humus culturale che ha preceduto (e preparato) le leggi razziali del ’38. Pischedda si mostra debitore del saggio di Rigano soprattutto nel terzo e quarto capitolo, dedicati all’antisemitismo della «Ronda» e alla ricostruzione del legame di Cecchi con monsignor Umberto Benigni, un personaggio sinistro, a capo di un’organizzazione segreta la cui missione era diffondere propaganda antiebraica: per citare solo un esempio del suo operato, dalla sua cerchia è uscita una delle due traduzioni italiane dei Protocolli dei savi di Sion pubblicate nel ’21.

Pischedda allarga lo sguardo dal periodo della «Ronda» all’intera traiettoria biografica e intellettuale di Cecchi, dalla formazione nell’ambiente della «Voce» ai primi scritti del secondo dopoguerra; l’analisi del caso specifico serve a mostrare come il razzismo italiano si sia evoluto da «idioma culturale» (un «complesso di credenze, immagini stereotipe, stati d’animo a cui s’accorda un grado molto vario di consapevolezza», p. ix) a ideologia di regime. Mentre studi analoghi – penso soprattutto alle ricerche di Riccardo Bonavita – hanno indagato il dispiegarsi di questo “idioma culturale” nella paraletteratura, Pischedda si concentra su una figura intellettuale dominante negli anni ’20 e ’30, la cui Weltanschauung razzista trova solo di rado espressione diretta: il libro si sostanzia così non solo di ricerche d’archivio (su inediti, corrispondenze e una mole imponente di scritti giornalistici), ma anche di analisi testuali capaci di estrapolare germi ideologici e categorie mentali dalla prosa raffinata, avvolgente ed elusiva di Cecchi.

L’antisemitismo di Cecchi è di matrice weiningeriana (per cui l’ebraismo diventa lo specchio oscuro su cui proiettare tutto il negativo della modernità), ed evolve in un più generale razzismo che emerge soprattutto nei reportages di viaggio dei tardi anni Trenta: ritratti e bozzetti sociali dagli Usa e dall’Africa manifestano lo stesso orrore per la commistione delle razze che struttura trame e sistemi dei personaggi nei romanzi coloniali coevi.

La consonanza dei reportages con l’ideologia razzista del regime, spesso sollecitata da veline ad hoc, smentisce l’immagine, costruita e modulata dal critico stesso, di un Cecchi impolitico. Senza manicheismi o moralismi Pischedda mostra quanto Cecchi abbia ricevuto e dato al regime, fino a divenire, nei primi anni ’40, ormai membro del partito e accademico d’Italia, una figura intellettuale tanto integrata da fungere da garante presso il Minculpop per l’antologia Americana di Vittorini finita nel mirino della censura.

Dopo la Liberazione, solo per qualche mese Cecchi riterrà opportuno firmare con uno pseudonimo i propri articoli di giornale: e tra questi pezzi firmati “la Maschera” spiccano alcune tra le prime analisi delle immagini che cominciavano a giungere in Italia dai Lager. L’invito che contengono a non saturare gli occhi con le immagini dell’orrore risulta decisamente precoce, e vagamente dismissorio, nel giugno 1945: forse un’ultima traccia dell’antisemitismo di Cecchi, che verrà prudentemente censurato e rimosso nel secondo dopoguerra.

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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