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Pierre Bourdieu - La miseria del mondo

[ a cura di A. Petrillo e C. Tarantino, trad. it. di P. Di Vittorio, Mimesis, Milano 2015 ]

Risultato del lavoro di tre anni di una trentina di sociologi, le 1500 pagine della Misère du monde, apparse in Francia nel 1993 sono, insieme alle Regole dell’arte e alle Meditazioni pascaliane, uno dei capolavori di Pierre Bourdieu. Uso intenzionalmente il termine capolavoro nella sua accezione artistica. La miseria del mondo, che in un’edizione opportunamente ridotta (col consenso dell’autore, a 46 capitoli sui 66 dell’originale, per complessive 850 pagine) e più che dignitosamente tradotta da Pierangelo Di Vittorio (alle prese con una varietà di lingue davvero romanzesca, dal parlato dell’argot al gergo tecnico bourdieusiano) inaugura la collana «Cartografie Sociali» diretta da Lucio d’Alessandro e Antonello Petrillo per Mimesis, non è soltanto una documentazione straordinaria e imprescindibile della trasformazione della società francese (e, in filigrana, di quelle euro-occidentali) negli anni del trionfo del neoliberismo – un’analisi che permette di comprendere molto meglio di un’annata di giornali, di televisione e di blog le origini profonde degli attentati del Bataclan e di Nizza – ma vuole e sa essere un’opera esemplare di arte narrativa.

«Per comprendere quel che accade in luoghi come le cités, i grands ensembles, oppure in un certo numero di istituti scolastici», scrive Bourdieu in anni di attivismo politico che lo avrebbero reso popolare e avversato, «non basta rendere conto di ciascun punto di vista separatamente. Bisogna anche mettere a confronto i diversi punti di vista, proprio come avviene nella realtà», non per relativizzarli, ma per far apparire «il tragico che nasce dallo scontro, senza concessioni né compromessi possibili, di punti di vista incompatibili, poiché ugualmente fondati dal punto di vista della loro ragione sociale». Per sostituire «alle immagini semplicistiche e unilaterali (quelle veicolate, in particolare, dalla stampa) una rappresentazione complessa e molteplice» il sociologo si rifà a modelli letterari, che insegnano ad abbandonare «il punto di vista unico, centrale, dominante, quasi divino, nel quale si situa volentieri l’osservatore, e anche il lettore (almeno fino a quando non si sente implicato), a favore della pluralità dei punti di vista coesistenti e talvolta direttamente rivali». Un problema di focalizzazione della narrazione, dunque. Bourdieu cita Faulkner, Joyce e Virginia Woolf, che sicuramente tiene presenti nel montare i diversi materiali di cui è composto il libro (interviste, narrazioni, saggi) in una sequenza che garantisce allo stesso tempo una pluridiscorsività bachtiniana e un percorso esperienziale rigorosamente progressivo, quasi dantesco. Ma quando scrive, il modello di Bourdieu è quello “scientifico” del romanzo naturalista zoliano, con le sue minute descrizioni dei milieu sociali, in cui la ricostruzione della storia di un quartiere di periferia si alterna alle descrizioni fortemente significanti della facciata di un palazzo o di un interno piccolo-borghese (si veda il capitolo La rue des Jonquilles).

L’itinerario porta così il lettore dalle banlieues dell’immigrazione algerina e della povertà francese, dove Ali e François «hanno tutto in comune – tranne l’origine etnica», ai colléges dove si conseguono titoli di studio che non danno più accesso alle posizioni di prestigio a cui poteva ancora aspirare la generazione precedente, attraverso un mondo sì «immiserito», ma sorprendentemente vario, vitale, interessante. «Tutto è interessante, a patto che lo si osservi abbastanza a lungo», è la citazione da un altro romanziere, l’amato Flaubert, che campeggia in epigrafe al lungo saggio conclusivo, Comprendere. Nello stupidario del ventunesimo secolo c’è scritto: Bourdieu, il suo sistema è deterministico. Poche letture però lasciano meno rassegnati e più fiduciosi nel cambiamento sociale di questa. L’ultima parola del sociologo è: «Quello che il mondo sociale ha fatto, il mondo sociale, armato di questo sapere» – che possiamo dire sociologico e romanzesco – «può disfarlo».

allegoria74

«Natale Pirovano, nato a Besana Brianza nel 1895, combatte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, viene preso prigioniero all’inizio del 1918 e deportato nel campo di prigionia di Milovice, dove muore il 21 febbraio dello stesso anno a causa di un edema da fame. La cartolina che riportiamo in copertina è di quelle prestampate della Croce Rossa, ha le righe numerate e una intestazione in tedesco, «Nicht zwischen die Zeilen schreiben» (‘Non scrivere tra le righe’). Spedita priva di testo, questa è, in ordine cronologico, l’ultima di un piccolo gruppo di cartoline che Pirovano invia alla famiglia durante il breve periodo trascorso nel campo di prigionia prima della sua morte. Carlo Pirovano, figlio del fratello di Natale, ha condiviso questo materiale sul portale Europeana dedicato alla prima guerra mondiale: http://www.europeana1914-1918.eu/it/contributions/16198».

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