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Literature and Language between Fiction and Non Fiction: a Matter of Commitment. An interview with John Searle

(by Angela Condello and Tiziano Toracca)

The idea to ask John Searle what he thinks about fiction, reality and truth as they relate to literature stems from a growing and common interest that we have developed for issues that transversally cross literature, social sciences, and philosophy. Such issues – fiction, reality, truth – are now widespread and recurring also in public discourse since they concern language and forms of communication.

If many of the questions might sound unsophisticated, simple and straightforward, it is because they aim for unsophisticated, simple and straightforward answers. The themes in discussion are indeed broad and could have become confusing. From this perspective, we appreciated Searle’s choice to have the answers preceded by some preliminary remarks and distinctions. He writes a sort of short handbook – following the analytic tradition of philosophy. He makes few theoretical statements in order to clarify questions that might appear difficult. When we question the nature of literary objects, when we wonder about the difference between Napoleon and the Napoleon described by Tolstoj, or when we think of the function Don Quixote has or would have (considering that he did not exist historically), or when we wonder if and how literary fiction influences our perception of the world – what appears simple becomes indeed difficult because it concerns the basic relationship between language and reality.

Searle’s answers highlight the basic questions at stake in the relationship between language and reality. In particular, Searle seems to have a very clear idea of the difference between fiction and non-fiction. He insists that the distinction lies in the amount of truth involved in the discourse and consequently in the commitment of the subject that talks or writes. Different degrees of commitment produce, he claims, different forms of fictionality.

 

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allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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