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Roberto Saviano - La paranza dei bambini

[Feltrinelli, Milano 2016]

Saviano sa raccontare. Ha il senso della costruzione e del ritmo; fa muovere i suoi personaggi in spazi psichici e concreti definiti; fa sentire la loro voce; sceglie per l’azione scenari spesso memorabili; teatralizza conflitti elementari, passioni decisive, destini in cui si riflettono le vicende di interi ambienti sociali e storici; e ci chiede di regredire, sospendendo le categorie morali per immedesimarci in ragazzini ciechi e assassini, promuovendoli a nostri eroi. Si potrà obiettare sulla coerenza e l’adeguatezza di qualche particolare, ma credo sia difficile contestare la tenuta narrativa complessiva della Paranza dei bambini, romanzo che segue la nascita e l’affermarsi di un gruppo di giovanissimi camorristi napoletani (la paranza del titolo) guidati da Nicolas detto ’o Maraja.

Eppure, Saviano appartiene a quella specie di romanzieri che non hanno un pieno dominio dei propri mezzi stilistici e, soprattutto, della propria voce di narratori. L’oratoria sarà anche il vizio di grandi come Balzac o Hugo; ma resta un vizio. Certe sbavature si perdonano quando fanno risuonare la stessa musica in cui vivono questi ragazzi venuti su a PlayStation, film d’azione e cantanti neomelodici (la relazione scolastica di Nicolas sul Principe, anche se sottrae con intelligenza sociologica il personaggio allo stereotipo dell’omicida bestiale, è però un po’ parodica). Ma quando il narratore si assume la responsabilità di un discorso proprio, gli stridori sono poco giustificati e meno tollerabili. Certo, da sempre Saviano fa da guida al suo pubblico: una guida che insiste anzitutto sul coinvolgimento emotivo e su uno sdegno primario, prepolitico; ma a volte dà ai suoi lettori troppi sussidi, e fa come il padre che, a furia di conservare le rotelle alla bici del figlio, non gli permetterà di pedalare da solo. Ci sono, soprattutto nei primi capitoli, troppo didascalismo e troppa enfasi visto che, a differenza di quando parla in tv, quando scrive Saviano non sa correggersi assumendo l’aria simpaticamente sbruffona di chi la spara grossa. Anche quando cerca toni da elegia (come nella scena d’amore fra Nicolas e Letizia sulla nave), ripiega su mezzi a buon mercato. Oppure, nei corsivi che aprono ciascuna delle tre parti, cede alla tentazione di un’allegoria poetizzante che, però, riesce tanto insistente quanto bislacca (cos’è quella tirata sulla frittura di paranza?). È vero che, rispetto a un libro non riuscito come ZeroZeroZero, Saviano qui sa disciplinarsi di più: rinuncia a qualunque moralismo nei confronti dei suoi personaggi, e si mette dentro il loro mondo, senza emettere giudizi; ma non sa rinunciare al paternalismo con i suoi lettori.

Resta il fatto che, libero dai limiti della non fiction (limiti nei quali si è sempre mosso a modo suo, ricevendo critiche anche feroci), libero dall’obbligo della distanza morale da assassini reali, e finalmente abbandonato all’ambiguità che ogni rappresentazione finzionale fomenta, quando è in buona Saviano trova un passo davvero spedito; e allora, come non stargli dietro? Solo in apparenza è un narratore onnisciente tradizionale, cautamente disposto all’indiretto libero o a qualche slogatura modernista (e il suo modello non sarebbe affatto naturalista, ma risalirebbe al realismo romantico). Come molti romanzieri di oggi che qualcuno taccia affrettatamente di arretratezza ottocentesca, ha un immaginario e un senso del racconto del tutto contemporanei. Anni fa, si disse che i cannibali erano i primi scrittori italiani che davvero avessero una cultura fatta, più che di letteratura, di cinema, di fumetti, di musica pop e rock. Era vero solo in parte; e i risultati erano spesso dilettanteschi. La Paranza invece è integralmente nell’osmosi di scrittura e media: è già un film o un serial, è davvero nutrito di cultura e subcultura mediatica, ed è davvero un romanzo. Se solo si mettesse risolutamente dietro la macchina da presa, se si mordesse la lingua prima di far sentire la sua voce, se ricordasse che i grandi narratori amano i loro personaggi (persino i più abietti e i più vili), ma di nascosto, Saviano sarebbe anche più bravo.

allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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