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Laura Benedetti - Un paese di carta

[Pacini, Pisa 2015]

«Erano come i tumbleweed, i cespugli senza radici dell’ovest americano, in balia del vento. Sì, erano proprio così. Colpa del terreno troppo duro, forse, o delle loro radici così fragili ed esigenti» (p. 146). È una sintesi emblematica di questo romanzo: la diaspora di una genealogia femminile, che comincia con Alice – aquilana trapiantata negli Stati Uniti alla fine degli anni Cinquanta – e continua fino ai giorni nostri con Jane, sua figlia, e poi con Sara, una delle sue nipoti. La saga familiare di questa bibliotecaria, una cosmopolita paradossale profondamente legata agli spazi americani e alle proprie radici italiane, è un frammento della nostra storia nazionale. Perché lo straniero/tumbleweed qui non è tanto o non solo questa esule, ma anche l’Italia: il paese adorato e tuttavia rifuggito quando, nel 1957, Alice scopre la verità politica rimossa che decise durante la Seconda Guerra mondiale il destino di suo fratello. Un paese che Alice continuerà ad amare e a ritrovare per tutta la vita attraverso la sua letteratura. La parabola narrativa del romanzo è infatti tramata di immagini e citazioni da poeti e scrittori italiani: un «paese di carta» (p. 200), la cui metafora evoca al tempo stesso la fiabesca e tuttavia tenace persistenza di un immaginario e la fragilità del nostro progetto di Stato-nazione. Mentre il Paese dell’immaginario sembra avere apparentemente poco a che fare con la durissima realtà che Sara – arrivata dagli Stati Uniti all’Aquila, tragicamente devastata dal terremoto del 2009, per onorare le ultime volontà della nonna e per disperdere le sue ceneri – affronta, il Paese fragile è invece un tema costante e variamente declinato durante il suo pellegrinaggio abruzzese. Il romanzo, scandito in due tempi, il primo americano e il secondo italiano, disattende l’orizzonte d’attesa del Grand Tour. L’Italia qui descritta non è lo spazio della bellezza: è il luogo delle macerie, delle speranze tradite o sedotte degli aquilani, della parabola finale del berlusconismo. La parola quindi non è innamorata di se stessa, non ha alcuna aura estetica; è anzi spesso inadeguata, elusiva o rinunciataria. Sara scopre per esempio proprio all’Aquila di avere imparato da Alice un italiano inadatto alla comunicazione, una lingua arcaica: la lingua dei nostri classici, del paese di carta appunto. E tuttavia proprio queste parole italiane garantiscono un senso di familiarità nella diaspora americana. La lingua italiana («l’unica cosa che abitava», p. 112) è la recitazione dei tempi verbali che declinano l’addio struggente tra Alice e la figlia; è lo splendido flusso di coscienza della sua ultima passeggiata lungo il Capital Crescent Trail; è la sua stessa presenza viva che persiste dopo la morte e commenta gli eventi. Se per un verso la parola perimetra le fratture ancora irrisolte di una identità individuale e nazionale, per l’altro è il ponte che collega queste fratture, questi abissi. La parola è ciò che incide i destini di queste donne ma anche ciò che le lega le une alle altre.

Un paese di carta mette in scena un racconto garantito dalla continuità femminile, dalla capacità di riconoscere l’altra come sede del valore e del conflitto, dalla possibilità di raccontare la grande Storia dalla prospettiva individuata di un’intimità tra donne – le vive come pure le morte, convenute intorno ad Alice per aiutarla a morire (p. 44 e sgg.) – raccontata da una donna, l’autrice stessa. Una prospettiva di genere centrale nella messa in forma del tempo e del punto di vista dal Novecento ai giorni nostri. Oltre ad essere filiale e materno, il legame femminile è erotico, sperimentato cioè attraverso l’amore tra Sara ed Una. Un amore che unisce a un tempo le due giovani donne e il macrotesto della narrazione. Le temporalità rovesciate dell’Italia e dell’America si connettono l’una all’altra grazie alle istantanee dei quarti crescenti e del plenilunio inviate via mail da Una a Sara. La luna si impone così come personaggio femminile decisivo del romanzo e contiene con la sua ciclicità le diaspore delle madri e delle figlie, tra le madri e le figlie.

 

allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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