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Franco Moretti - Il borghese. Tra storia e letteratura

[trad. it. di G. Scocchera, Einaudi, Torino 2017]

In Il borghese Moretti riprende e applica i postulati teorici delle “Digital Humanities” sviluppati nell’ultimo decennio per discutere le dissonanze socio-culturali del borghese nel romanzo del Sette e dell’Ottocento, fino ad arrivare ai drammi di Ibsen. Questa analisi nasce da una questione linguistica: nelle lingue romanze e germaniche (come il Tedesco), ‘borghese’ è un termine comune che attraversa i secoli e gli spazi continentali; in Inghilterra, invece, esso è linguisticamente e ontologicamente individuabile nella “middle class”, un sintagma che dopo la Grande Riforma (1832) «divenne improvvisamente due o tre volte più frequente di ‘bourgeois’» (p. 11). In questo senso possiamo capire il sottotitolo del libro di Moretti: tra storia e letteratura «attraverso la forma. Storie e stili: ecco dove ho trovato il borghese» (p. 13).

Nel primo capitolo Moretti propone una nuova e brillante interpretazione di Robinson Crusoe attraverso lo studio di tre parole chiave (utile, efficienza, comfort) e di due stili (il ritmo della continuità e la produttività dello spirito). Il romanzo di Defoe è il risultato della «creazione di una cultura del lavoro» (p. 37) e rispecchia il successo della borghesia come classe sociale; ciò è rappresentato dallo «stile dell’utile. Della prosa. Dello spirito capitalistico. Del progresso moderno» (p. 48).

Nel secondo capitolo Moretti si focalizza maggiormente sul discorso letterario attraverso un’analisi della metamorfosi della trama, dei “riempitivi” e dei processi di razionalizzazione del reale. Il ritmo del romanzo deve rispecchiare la logica razionalizzante della vita borghese e deve portare questa realtà dell’Ottocento nel romanzo. La produttività di questa classe socio-politica rigetta le sorprese, le avventure e i miracoli (p. 69), mentre ricerca la “serietà del secolo”: «affidabilità, metodo, accuratezza, “ordine e chiarezza”: realismo» (p. 73). Moretti fa riferimento alla Realpolitik e al Realismus der Stabilität: i romanzi ottocenteschi cercano «compromessi tra sistemi ideologici diversi» (p. 78) – il conservatorismo e l’esistenza borghese –; sul piano letterario ciò consiste nella ristrutturazione razional-capitalistica della trama dei romanzi secondo il tempo regolatore dei riempitivi e nella dialettica tra l’esperienza individuale e la logica neutrale del discorso libero indiretto.

Il terzo capitolo (Nebbia) affronta il tema che impersona esteticamente il tentativo di nascondere la morale borghese nel romanzo ottocentesco e la marcia trionfale del capitalismo (p. 95), la cui forza alla fine farà scomparire il borghese. Attraverso uno studio dell’architettura gotica, Moretti legge nella “nebbia” della narrativa vittoriana il tentativo di risolvere le contraddizioni sociali sul piano letterario secondo uno schema estetico, per il quale l’aggettivo perde la sua funzione descrittiva per assumerne una epistemologica (p. 108).

Nel quarto capitolo (pp. 119-137) egli arriva a identificare i luoghi periferici della cultura borghese nei romanzi del secondo Ottocento: ad esempio, la “roba” di Don Gesualdo è cifra del sentimento avido e irrazionale del borghese, che ora si trova a lottare contro un potere politico (l’Ancien Régime) che ne opprime lo sviluppo.

Nell’ultimo capitolo Moretti affronta l’area grigia dell’universo sociale borghese attraverso le azioni dei personaggi di Ibsen; queste non sono altro che lo specchio dell’«irrisolta dissonanza della vita borghese»: se prima della rivoluzione industriale la «prosa è lo stile del borghese, un modo di vivere nel mondo», uno «stile che comprende gli inganni delle metafore, e se li lascia alle spalle» (p. 150), dopo l’industrializzazione la borghesia diventa la classe dominante, e lo stile della prosa è sostituito dalla «poesia dello sviluppo capitalista»: la tragedia, meglio del romanzo, riesce a esprimere il sentimento borghese tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, cioè la sua incapacità di risolvere «l’impotenza del realismo borghese davanti alla megalomania capitalista» (p. 154).

 

allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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