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Federico Di Santo - Genealogia della mimesis. Fra mimesis antica e imitatio rinascimentale

[ETS, Pisa 2016]

Il libro di Federico Di Santo si distingue per le sue ambizioni teoriche, il coraggio intellettuale con cui critica posizioni teoriche consolidate e la passione con cui difende una concezione dell’arte come sfera autonoma. Presentato come una ricognizione genealogica del concetto di mimesis, il libro si compone di cinque capitoli agili ma intellettualmente densi. L’intento è quello di «interrogarsi sull’essenza autentica del processo mimetico» (p. 9) e riproporre la fertilità del binomio mimesis/imitatio che la teoria estetica moderna avrebbe stravolto. La parola “genealogia” tradisce ascendenze filosofiche subito esplicitate: le genealogie nietzschiane, l’archeologia foucaultiana e la Begriffsgeschichte di Heidegger. Eppure l’antistoricismo del libro entra in conflitto con almeno due dei modelli filosofici qui richiamati – Foucault in primis, Nietzsche per effetto di ritorno di un platonismo inespresso che abita la proposta di Di Santo. L’operazione che più somiglia al gesto teorico del libro è la Überwindung der Metaphysik di Heidegger, un riattraversamento della mimesis che risalga all’essenza originaria del concetto e sveli l’errore nel quale la storia l’ha confinato. Identificando l’estetica moderna con il culto del nuovo, Di Santo descrive per contrasto l’«estetica della tradizione» come fondata sul binomio che combina la mimesis da intendersi come teoria della finzione artistica e l’imitatio come pratica di riferimento alla tradizione artistica. Dopo un capitolo in cui si definiscono alcuni obiettivi polemici – Adorno, le teorie contemporanee sulla mimesis (Ricoeur) – il libro propone un’indagine etimologica, una discussione delle teorie di Platone e Aristotele, una messa a fuoco dei nodi che legano mimesis e imitatio, una proposta teorica che prevede il recupero degli strumenti semiotici.

Ci sono indubbiamente dei punti di forza nel libro, primo fra tutti l’appassionata rivendicazione dell’inattualità dell’arte, argomentata nel nome di Leopardi e agita contro la teoria estetica di Adorno. Di Santo è molto persuasivo quando stigmatizza uno degli effetti deteriori dello storicismo, quello cioè di non considerare significativo ciò che non partecipa delle forze storiche dominanti di un’epoca. Viene da controbattere, però, che l’estraneità delle opere d’arte alla storia non smette mai di avere un significato storico: lo avvalora Said nella sua esplorazione dell’inattualità esposta in On Late Style, tra le altre cose magnifica dimostrazione di come la critica allo storicismo non debba necessariamente passare dalla sua demolizione.

Ci sono punti su cui è difficile convergere: la critica a Ricœur si basa sull’idea che la sua teoria della mimesis subordinerebbe la creazione artistica alla conoscenza logica e razionale. Non solo si dimenticano le premesse ermeneutiche dell’opera di Ricœur, ma si scambia per gnoseologico quello che in Tempo e racconto, da leggere in combinazione con Sé come un altro, è un interesse squisitamente etico. La proposta di Di Santo, una rilettura in chiave semiotica dell’analitica esistenziale di Heidegger (p. 99), non appare poi così radicalmente alternativa a Ricoeur, le critiche verso il quale risultano deboli.

Sul piano del metodo risulta difficile accettare il presupposto del libro: che i concetti siano portatori di significati originari il cui sviluppo storico sarebbe un tradimento. Di Santo, che pure muove critiche radicali a Platone, finisce per risultare, con la sua fede nell’essenza dei concetti, inguaribilmente platonico. I concetti non esistono altrove che nelle loro molteplici vite storiche, classificarle come un tradimento di supposte essenze originarie significa fraintendere i meccanismi della circolazione culturale e vedere un’intelligenza cattiva a presiedere alle trasformazioni che la teoria dell’arte ha subito nel corso dei secoli. E se anche una versione incorrotta del concetto di mimesis fosse distinguibile con nettezza dalle sue mistificazioni successive, è davvero questo il mezzo per rivendicare alla sfera estetica il diritto all’inattualità e all’autonomia?

allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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