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Elisa Donzelli - Giorgio Caproni e gli altri. Temi percorsi e incontri nella poesia europea del Novecento

[Marsilio, Venezia 2016]

Giorgio Caproni e gli altri. Temi percorsi e incontri nella poesia europea del Novecento di Elisa Donzelli si pone come obiettivo l’analisi critica nella prospettiva di un dialogo comparativo tra diverse tradizioni letterarie e linguistiche. La lettura a strati della poesia di Caproni – insieme a Jouve, Char, Machado, Lorca, Busch, Luzi, Valeri, Sereni – aiuta a osservare in modo più completo le caratteristiche di una linea che appare meglio definita rispetto ad altre che mediamente sembrano aver fatto maggior presa sull’immaginario intellettuale e creativo del secondo Novecento: soprattutto quelle poetiche che veicolano messaggi con un radicamento nel relativo e nel concreto oggettivo portando una densità di presenza del reale. In Caproni la presenza del reale così inteso sembra rarefatta: l’identità immediata tra concreto e astratto è valorizzata da un linguaggio circoscritto ad alcune scelte lessicali preponderanti, a valori fonici e ritmici più marcati rispetto a quelli del racconto o della descrizione, ad alcune figure-simbolo che calamitano a sé l’esperienza senza apparenti residui spuri. In un’epoca che è stata attraversata dalla pluralità dei linguaggi, in cui l’umanesimo è stato ridefinito dalla postmodernità, una poesia proiettata prevalentemente ad universali astratti può apparire limitante?

Caproni e gli altri è un saggio che si sviluppa seguendo il motivo principale della bestia, che dà propulsione a un dialogo tragico sul male e sulla paura, alimentato da una costante “controversia” contenuta dentro macrostrutture formali di controllo, come la forma del libretto d’opera, le strofe isometriche, le rime perfette. Ma questo motivo diventa chiaramente comprensibile forse solo attraverso i legami con alcuni autori che popolano la biblioteca di Caproni e la sua attività di traduttore.

Non a caso il saggio nasce anche negli archivi, come il Fondo Marconi o il Fondo Cini, da materiali vissuti e appuntati. A partire da Jouve, che fa risaltare la natura lirica e bestiale della donna, di sesso e morte, maternità e incesto. Proseguendo, nel confronto con Char il tema è aperto a un senso ancestrale: la bestia è quella delle pitture rupestri di Lescaux, che riprendono Blanchot e Bataille, e offre una interpretazione del tempo come natura prenatale, dove la logica diacronica viene annullata. Questa dimensione del tempo, legata ad Agostino, iscrive Caproni in una rete ancora più ampia: Char, Valeri, certo Luzi, Machado, Lorca.

La figura femminile, la caccia, il tempo non sono dunque fenomeni dell’accadere, ma stati di natura. Allo stesso modo l’infanzia, che non ha il valore tematico del fanciullino di Pascoli, ma è condizione essenziale ed esistenziale assoluta: felice negli spagnoli e tormentata in Caproni, segno di male, come per Busch, esprime una ritualità della violenza allo stesso modo che in Genet e Céline, ma è anche simbolo di uno stato che lega l’assoluto del male all’assoluto del tempo e ad una lingua che contiene i contrasti in un equilibrio inquietante di chiarezza e ritmo per armonia estensiva.

Caproni e gli altri rinnova sicuramente l’attenzione verso una parte di poesia del Novecento che tende a sublimare la concretezza relativistica in universali astratti e che l’idea di poetica come lingua della bestia mostra più complessa rispetto ad una ricezione tradizionale. Indirettamente, però, suggerisce anche una riflessione su come nel campo della poesia italiana di oggi potrebbe forse essere necessario un nuovo confronto tra una lirica di universali astratti, che ha una particolare attenzione per i valori del ritmo, e quei rischi che la scrittura in poesia, uscendo dalla postmodernità, può correre: sia l’inclusione fagocitante di elementi del quotidiano senza cura per la specificità del letterario, sia la declamazione di sentimenti facili che usa la forma come contenitore banale. Suggerisce di ripensare l’importanza della peculiarità distintiva del linguaggio poetico di fronte alla densità dei linguaggi del contemporaneo.

allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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