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Karol Beffa - György Ligeti

[Fayard, Paris 2016]

Pianista, compositore, musicologo, attore e docente universitario, Karol Beffa ha introdotto all’École Normale Supérieure di Parigi un nuovo modo di intendere le dinamiche di scambio fra diverse forme di manifestazione artistica. Incoraggiando gli studenti a mettere in pratica la teoria, senza per forza ambire all’acquisizione di un sapere “professionalizzante”, Beffa ha fatto dei suoi seminari uno spazio di sperimentazione e confronto, molto poco in sintonia con l’approccio della maggior parte dei suoi colleghi. Appassionato di cinema, oltre che di musica e di teatro, Beffa ha interrogato in particolar modo le nozioni di “durata”, “sospensione” e “montaggio”, ed è così riuscito a tradurre il suo percorso di riflessione sulla natura irriducibilmente ibrida del lessico utilizzato per descrivere e analizzare avventure di tipo sensoriale in una produzione accademica estremamente documentata, ma sempre accessibile. A ben guardare, se i suoi primi contributi vertono già sulle difficoltà di dire come funziona e cosa produce un dispositivo fondato su un principio di comunicazione non verbale, nei suoi libri più recenti – così come nella “lezione inaugurale” tenutasi al Collège de France, Comment parler de musique? per l’appunto (Fayard, Paris 2013) – l’indagine sulle possibili strategie di verbalizzazione delle esperienze visive o di ascolto diventa preponderante.

Era inevitabile che da una tale esplorazione scaturisse, prima o poi, la voglia di misurarsi con uno studio monografico di ampio respiro. E non c’è da stupirsi troppo se è con una biografia ragionata del compositore ungherese di origine ebraica György Sándor Ligeti (1923-2006) che, a dieci anni esatti dalla morte di quest’ultimo (e a sessanta dalle insurrezioni antitotalitarie di Budapest), Karol Beffa ci consegna un excursus monumentale, dove l’omaggio del discepolo reso al maestro alterna considerazioni teoriche a interventi di carattere esplicitamente documentario. Il volume fornisce infatti una specie di doppio pretesto: da un lato, serve a rievocare, come per metonimia, un’epoca refrattaria a qualsiasi sorta di semplificazione; dall’altro, invita a esaminare nei dettagli i “paesaggi uditivi” di un artista parzialmente noto, che sembra aver fatto proprio della “traslazione” – intesa nel senso più polisemico del termine – una conditio sine qua non della propria opera. Conosciuto in Europa occidentale soprattutto per le colonne sonore dei film di Kubrick (2001: Odissea nello spazio, Shining, Eyes Wide Shut), Ligeti rivisita le basi delle proposte musicali di Béla Bartók, trovando nella dissonanza e nella “micropolifonia” due mezzi attraverso cui esprimere la libertà repressa (dalle persecuzioni antisemite, ma anche, in un secondo tempo, dai dogmi del realismo socialista); profondamente influenzato dall’avvento della musica elettronica, il suo stile tende progressivamente a dissociare timbro, melodia e ritmo, quasi a voler rivendicare, in seno a uno stesso linguaggio, la presenza di componenti autonome, potenzialmente in conflitto le une con le altre.

Lungi dal limitarsi a una ricostruzione minuziosa della traiettoria esistenziale e intellettuale di Ligeti, Beffa insiste sul valore politico di un’operazione volta a sottolineare sia la portata testimoniale di un’opera rivelatasi, a più riprese, vero e proprio sismografo del divenire storico, sia la necessità di parlarne in maniera esaustiva, ma mai autoreferenziale. Il risultato è un saggio che si lascia leggere come un romanzo, solleticando la curiosità di quanti non conoscono ancora bene Ligeti e catturando l’attenzione di chi, pur avendo dimestichezza con le partiture del compositore, nutre una certa curiosità nei confronti dell’uomo – e dell’eredità simbolica di cui si è fatto tramite.

allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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