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Giuseppe Episcopo - L’eredità della fine. «Gravity’s Rainbow» di Thomas Pynchon e «Horcynus Orca» di Stefano D’Arrigo

[Franco Cesati Editore, Firenze 2016]

Fin dalla Poetica aristotelica la critica riflette sul ruolo che la storia svolge all’interno della finzione narrativa. Questo complesso rapporto viene esasperato dalla letteratura postmoderna al punto tale da ingenerare opere nelle quali il commento agli eventi storici, tralignando dall’intreccio narrativo, determina notevoli mutazioni sul piano dell’orchestrazione del racconto.

Attraverso l’analisi di una notevole bibliografia scientifica, L’eredità della fine di Giuseppe Episcopo tenta un’indagine sul «perpetuo presente spaziale» (passim) che occupa Gravity’s Rainbow di Thomas Pynchon e Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Dopo aver esaminato le principali teorie del neostoricismo novecentesco, l’autore constata che la dialettica relazione tra la contemporaneità del tempo della narrazione e la non-contemporaneità dei riferimenti contestuali è di capitale importanza per salvaguardare il legame tra la finzione narrativa e il materiale che questa raccoglie. Il «sistema formale e metastorico» (p. 29) che ne deriverebbe costituisce una garanzia storiografica delle esperienze dei personaggi (p. 94). Infatti, secondo Episcopo, ad agire nelle vicende di ’Ndrja Cambria e di Slothrop è soprattutto «la qualità del presente» (passim), un tempo che viene da un lato presentificato dalla storia e dall’altro acquisito attraverso la rappresentazione del vissuto dei protagonisti. In tal senso il mito, violando la consequenzialità degli eventi, assume un importante ruolo nella definizione di Gravity’s Rainbow e di Horcynus Orca quali capolavori postmoderni (pp. 69-79).

Nelle strategie narrative di Pynchon e di D’Arrigo si fa strada sempre un oscuro testimone del tempo della rappresentazione, sia che esso venga evocato attraverso il “bric-à-brac” della «scrivania di Slothrop» (pp. 81-94) sia che rientri nelle vertiginose esperienze visive di ’Ndrja e dei pescatori cariddoti (pp. 161-177). Nel resoconto dell’anti-eroe postmoderno è inscritto un intervallo cronologico che, se pure limitato, evoca epoche e momenti diversi della vicenda. In sostanza, leggendo Gravity’s Rainbow e Horcynus Orca, il lettore è proiettato in uno spazio che, se pure definito, è perennemente descritto in continua trasformazione lungo la catena degli episodi storici allusivamente richiamati (pp. 161-166). Per ognuno dei due romanzi, Episcopo non solo legittima la relazione necessaria che insiste tra lo spazio e il tempo, ma la giustifica richiamando l’impaginazione linguistico-stilistica delle parole di Slothrop e di ’Ndrja (p. 61, pp. 57-65). Così, secondo l’autore, il plot diverrebbe la manifestazione del tempo esperienziale dei personaggi, reificando, simultaneamente, intervalli che variano dal piano della storia al piano della società mediatica, culturale e folklorica dei protagonisti di Gravity’s Rainbow e di Horcynus Orca.

allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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