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Herman Melville - Moby Dick o la balena

[trad. it. di O. Fatica, Einaudi, Torino 2015 e 2016]

Preceduta da uno scritto di Mario Vargas Llosa e da un saggio di D.H. Lawrence, la nuova traduzione del più importante e noto romanzo di Melville impone una riflessione sul rapporto problematico che un traduttore stabilisce con il suo testo. Il romanzo è, com’è ben noto, un’opera di estrema difficoltà, che tende a concentrare continuamente l’attenzione del lettore sulla lingua, non soltanto per la complessità dei termini marinareschi e per la ricchezza lessicale in genere, ma per la sintassi e per la varietà dei registri linguistici. Il traduttore è, quindi, costretto a scelte molto drastiche e non c’è dubbio che Ottavio Fatica abbia affrontato Moby Dick con il competente entusiasmo che gli è abituale e in modo sempre meditato e consapevole. La lingua che ha deciso di adoperare, fortemente arcaizzante, non solo per il lessico, ma anche per l’ortografia e la costruzione della frase, ha il pregio di essere lontana dalle omologazioni e dagli stereotipi con cui a volte si rendono i cosiddetti “classici” – specie se più volte tradotti, come questo. Il risultato è che anche la traduzione, come l’originale, spinge il lettore a prestare orecchio all’andamento del periodo, alle scelte lessicali, al ritmo generato dalle frequenti allitterazioni e assonanze («Contratto e contorto; un groppo, un grumolo di rughe; selvaggiamente saldo e irremovibile…», p. 649), stabilendo così un importante punto di contatto tra l’originale e la sua riscrittura, perché di riscrittura si tratta, forse anche più di quanto ogni traduzione di fatto sia. Per esempio, la descrizione di Bulkington, «while in the deep shadows of his eyes floated some remiscences that did not seem to give him much joy» (p. 32 dell’edizione critica; l’edizione adoperata per la traduzione non è – salvo errore da parte mia – mai indicata) diviene: «mentre vestigia aggallanti nell’ombra profonda degli occhi non sembravano arrecargli molta gioia» (p. 34); ancora, la bella espressione inglese philosophical flourish che allude al suicidio di Catone, è resa con un discutibile «filosofico panache»; la descrizio-ne della distesa dell’Oceano Pacifico diviene, «un non so quale mistero soavemente avvolge queste acque dai moti lievemente sgomentevoli [gently awful stirrings]» (p. 581). La ricca intertestualità del testo melvilliano è sottolineata con allusioni a testi della nostra tradizione letteraria, a Leopardi «in un trasognato dì di festa» (p. 19), ad Ariosto «che il senno abbia a deporre l’armi…» (pag. 213) o a Dante. L’adozione di una lingua così ricercata porta naturalmente anche ad alcune soluzioni che mi appaiono meno felici; così, ad esempio, proprio all’inizio, l’allusione di Ishmael alla sua povertà («having little or no money in my purse», p. 21) diviene nella traduzione «a corto o meglio a secco di quattrini» (p. 19), dove ‘a secco’ allude evidentemente alla scelta del personaggio di andare per mare, ma in questo contesto l’allusione scherzosa, completamente assente nell’originale, appare fuori posto e poco coerente con il carattere di melanconico con cui Ishmael si sta presentando al lettore. Ugualmente, poco dopo, «piglio e mi imbarco» è espressione, credo, troppo aggressiva, che ignora il significativo quietly dell’espressione inglese («I quietly take to the ship»), propria di chi, melanconico e depresso, tende a nascondersi e ad annullarsi.

Sempre appropriata la traduzione dei difficilissimi termini marinareschi, di cui viene pienamente conservata la ricchezza e la varietà; molto partecipe è di solito la resa dei momenti lirici del romanzo, specialmente di alcune descrizioni: «il mare maschio e vigoroso si gonfiava in grandi onde profonde, prolungate, come nel sonno il petto di Sansone» (p. 649). L’adozione di un linguaggio arcaico e magniloquente soffoca un poco – mi sembra – l’andamento nervoso e guizzante della prosa di Melville, oltre ad appiattire alquanto la varietà dei registri linguistici dell’originale, ma resta una scelta seguita con abilità e coerenza con la quale il lettore non può che confrontarsi con interesse.

allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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