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Arno Schmidt - I profughi

[a cura di D. Borso, Quodlibet, Macerata 2016]

Quando nel 1953 I profughi uscì per la Frankfurter Anstalt, in un’edizione che raccoglieva anche il precedente romanzo Alessandro o della verità, Arno Schmidt appose al volumetto il seguente sottotitolo: 2 studi di prosa (forme brevi per la resa di uno spostamento spaziale plurimo degli agenti in un’unità di tempo fissa).

Il sottotitolo getta luce sul fatto che I profughi è un libro ben più complesso della sua trama, la quale, al contrario del sottotitolo stesso, è relativamente lineare: uno scrittore che vive di traduzioni e una giovane vedova di guerra con una gamba amputata si conoscono, parlano, si innamorano, vivono insieme (il finale gioca quasi con le formule conclusive delle favole: «Così viviamo per il momento insieme; come andrà poi, non lo so ancora»). Lo sfondo è l’Europa del dopoguerra, e più precisamente la vicenda delle espulsioni di oltre dieci milioni di tedeschi che abitavano a est dell’Oder e che dopo la fine del conflitto – essendo tali territori divenuti parte di Polonia e Cecoslovacchia – dovettero essere reinsediati, vale a dire spostati a forza, in regioni della Germania a quel tempo segnate dalla guerra, dalla mancanza di cibo e di denaro, dal caos politico e amministrativo. I due protagonisti sono appunto due profughi (proprio come Schmidt stesso, che assieme alla moglie Alice fu reinsediato addirittura due volte), e il libro ne racconta gli spostamenti fra treni, stazioni, stanze microscopiche, piccole osterie di provincia.

Eppure, come Schmidt tiene a puntualizzare fin dalla prima edizione, il libro è assai più di tutto questo. Invitato da Martin Walser nel 1952 a presentare I profughi alla radio, Schmidt rileva – come riporta Dario Borso nel ricco commento alla splendida edizione Quodlibet – che questo scritto risponde all’urgenza di creare “nuove forme”, a suo parere l’unico vero compito dello scrittore. In particolare, con I profughi Schmidt vuole creare una nuova forma che gli permetta di non rispettare l’unità di luogo (resa impossibile dal fatto che il libro tratta una serie di spostamenti nello spazio), mantenendosi però perfettamente aderente al principio dell’unità di tempo.

La nuova forma è quella dell’«album fotografico», come si legge in esergo alla già menzionata prima edizione («24 foto con testo di collegamento»). Tali “foto”, però, consistono di parole: I profughi è suddiviso in 24 sezioni, ciascuna delle quali è introdotta da un piccolo testo inserito in un quadrilatero dalle proporzioni simili a quelle di una fotografia. A ciascuna fotografia di parole, Schmidt fa seguire un testo che integra, espande, spiega e svolge lo “scatto” che le aveva introdotte; uno scatto che intende essere perfettamente a fuoco, ovverosia caratterizzato da una temporalità unitaria. È così che I profughi diventa, appunto, una collazione di forme brevi per la resa di uno spostamento spaziale plurimo degli agenti in un’unità di tempo fissa.

Alla nuova forma “album fotografico” corrisponde una nuova prosa, che usa la lingua come se fosse materiale grezzo (a Borso va reso merito anche dell’ardua traduzione). La particolarissima lingua di Schmidt tenta di raggruppare tempi diversi in un unico tempo, come nella “foto” III: «il sole carezzò la sua gonna a quadri (lì dietro: greve brina sui mirtilli, e sabbia gelata, che si potrebbe certo ancora facilmente sminuzzare). Tra valigie: “Andiamo alla borsa?”. Si alzò un ceffo in polvere di media statura, rullò tutta quanta la via, passò sopra le nostre schiene strette. Treni apparvero seri, si fermarono, caricarono e scaricarono gente frettolosa, fumarono, serpeggiarono via lentovelocemente».

Al centro dei Profughi c’è dunque, oltre alla migrazione nello spazio, la questione del tempo. Schmidt definisce il suo libro un «nuovissimo romanzo svelto (non breve!)». La brevità è una determinazione (anche) spaziale, al contrario della sveltezza; “svelto” è un romanzo che, per raccontare uno spostamento spaziale, diventa, paradossalmente, un romanzo sul tempo, sulla possibilità di trovare nel tempo l’unitarietà che nello spazio, ai profughi, è negata.

allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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