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Su F. Bertoni, "Universitaly. La cultura in scatola"

È molto difficile discutere pacatamente Universitaly di Federico Bertoni: nonostante sia un libro piano, conversevole, onesto, necessario. La fatica, la sofferenza e l’imbarazzo che si provano nell’affrontarlo conseguono alla difficoltà di mettere in discussione la condizione odierna dell’Università e dunque, al contempo, un ambiente di lavoro, la situazione della ricerca, lo stato della riproduzione culturale e della formazione. Non si dispone più delle parole e dei concetti per attraversare l’ambito, economico e politico, dei problemi sollevati: troppa diffrazione nei paradigmi interpretativi, specie se si aggiunge che, nell’immaginario collettivo, l’Università è passata in tre o quattro decenni da emblema stesso di critica, aggregazione e lotta a costoso e frammentato percorso creditizio per l’accesso alle professioni. E a icona stessa della “casta” e dei privilegi. In questa situazione si può finire semplicemente col concedere muto consenso all’autore e a ciò che il suo libro argomenta o, viceversa, con l’avversarlo stizziti, come davanti a chi abbia con troppo candore svelato una verità sotto gli occhi di tutti ma notoriamente immodificabile.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

Teoria e critica

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Tremila battute