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Piero Weiss, "L'opera italiana nel '700"

[Astrolabio, Roma 2013]

Nel non vastissimo panorama di testi validi dedicati al Settecento operistico italiano, il libro di Weiss si impone per numerose ragioni. Sottolineerei, intanto, l’ampiezza dello sguardo storico-ricostruttivo, che prende in esame lo sviluppo dell’opera dai dibattiti seicenteschi fino ai primordi romantici. La vastità, inoltre, dell’interessamento geografico, che non si limita allo studio dell’opera napoletana (come in Robinson), ma indaga a fondo anche quella veneziana e, da qui, le sue risonanze internazionali. Meritano un plauso, inoltre, la completezza dell’approccio e la passione espositiva, essendo, il primo, frutto di una preparazione completa e pluridisciplinare, il secondo, di un coinvolgimento militante e provocatorio.

Piero Weiss (1928-2011), infatti, ha unito alla formazione da musicologo (Columbia University, Johns Hopkins University) una cultura pianistica e compositiva di tutto rispetto, legata ai nomi della Vengerova, Serkin, Weigl e Busch. L’ambito familiare, inoltre, lo ha messo fin da piccolo a contatto con il meglio della società triestina per i rapporti con Svevo (di cui era nipote), Joyce (amico del padre) ed Edoardo Weiss (suo zio, fondatore nel 1932 della Società Psicoanalitica Italiana).

Il taglio che l’autore applica al repertorio operistico settecentesco è chiaro. Weiss intende prendere le distanze dalla vulgata storiografica wagneriana e postwagneriana per cui lo sviluppo dei generi musicali teatrali viene valutato a seconda della vicinanza al modello tedesco. Nell’opera questo ha spesso significato mettere in risalto tutti i tentativi di “riforma”, prima contro il barocchismo dispersivo dell’opera veneziana e, dopo, contro il paradigma metastasiano. Lo storicismo retrospettivo, attivato dalle riflessioni wagneriane e dai suoi seguaci, ha inteso ravvisare un filo rosso che attraverso l’Arcadia, Metastasio (prima riforma), Calzabigi e Gluck (seconda riforma) avrebbe anticipato le conquiste drammaturgiche del Musikdrama. La critica di Weiss riprende le posizioni di Grout, Strohm, Dahlhaus per dimostrare, testi e partiture alla mano, la falsità storica di quella vulgata e il pericolo di una lettura eterodiretta e fuorviante.

Non esiste, intanto, un declino di Metastasio, che per tutto il Settecento (e parte dell’Ottocento) ha continuato a fornire la base letteraria del melodramma con riprese frequentissime dei suoi libretti. I critici stessi del sistema metastasiano (Algarotti in primis) non hanno, in realtà, contestato quel modello per abolirlo, ma solo per migliorarlo, avallandone le potenzialità espressive e drammatiche. La “riforma”, come tutti gli storici riconoscono, non attecchisce in Italia, e in Francia è costretta a numerosi adattamenti, e talora perfino a rinnegare i suoi stessi princìpi (ripristino dei virtuosismi, ad esempio). Le opere riformate non hanno successo, i teatri devono ricorrere a riprese o commissionare nuove opere nel “vecchio” stile. Ma il melodramma va avanti, subisce trasformazioni, si adatta ai nuovi gusti e tendenze.

Un capolavoro, in questo senso, è l’analisi che Weiss conduce sul Giulio Sabino di Sarti (1781). «Si dà il caso che in quest’opera si trovino esempi di tutto ciò che i riformatori avevano condannato» (p. 170), eppure il valore dell’opera è alto, proprio grazie al modo in cui il compositore interagisce con il passato e anticipa procedimenti innovativi. «L’impostazione di quest’opera […] non è tanto diversa da quella di un’opera di Vinci o Pergolesi scritta cinquant’anni prima. […] Le novità invece stanno quasi tutte nella musica» (p. 184), nella predilezione di un congegno drammaturgico a servizio del belcanto e attento ai suoi intramontabili valori espressivi. In questo modo, senza rinnegare i valori della tradizione, Sarti procede a sperimentare forme “moderne” che arricchiscono il rapporto testo-musica in direzione dinamica, introducendo schemi di forma-sonata, limando le cesure strutturali, ampliando la timbrica dell’orchestra e la forza dei recitativi accompagnati. Una rivoluzione in pectore, più potente di tanti sbandieramenti programmatici, e gravida di futuro.