Informativa sull'utilizzo dei cookie

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Per saperne di piu'

Accetto

Annalisa Izzo, "Telos. Il finale del romanzo dell'Ottocento"

[Liguori, Napoli 2013]

Il libro prende le mosse da una domanda apparentemente banale, ma sulla quale la critica letteraria, in special modo di area anglosassone e francese (da Frank Kermode a Philippe Hamon), si è soffermata spesso, con importanti risultati interpretativi: che apporto dà il finale del romanzo all’intera narrazione e all’impianto ideologico che soggiace ad essa? La chiusura delle vicende narrate, infatti, non solo appaga la curiosità del lettore, ma, soprattutto, lo rassicura sul fatto che ogni vicissitudine, nel libro come nella vita di tutti i giorni, accada per un motivo e che dietro il disordine degli eventi si celi sempre un significato plausibile e rassicurante.

Tuttavia, come nota l’autrice stessa, questo è vero solo fino alla seconda metà dell’Ottocento, quando i naturalisti francesi irrompono sulla scena letteraria internazionale e, con il loro programmatico studio del vero e dei meccanismi che sono alla base della società contemporanea, rivoluzionano il concetto stesso di romanzo. Schieratisi contro il romanzo romantico, Flaubert e gli altri sostenitori della letteratura del vero (francesi e italiani) si impongono come obiettivo primario quello di non esplicitare alcuna morale alla fine delle loro opere, e di limitarsi a illustrare lungo la narrazione tutte le istanze in gioco, tutti i punti di vista dei personaggi, per poi lasciare al lettore la responsabilità ermeneutica di ricostruire il senso dell’intera vicenda. Eppure, se in teoria i naturalisti d’Oltralpe e i veristi siciliani hanno ben chiara la poetica dei piccoli fatti quotidiani e dello straniamento narrativo, nel concreto dei testi sono riusciti nel loro intento solo raramente. Ecco quindi che, riprendendo la proposta teorica di Francesco Orlando, per il quale il testo letterario è lo spazio privilegiato per una formazione di compromesso tra significati diversi, l’autrice conferisce una nuova prospettiva allo studio dell’explicit narrativo, non limitandosi unicamente all’analisi dei contenuti, ma dando, al contrario, particolare rilievo alla sua forma e alla sua organizzazione logica. Difatti sarebbe assolutamente erroneo e fuorviante limitare esclusivamente alle ultime pagine di un libro lo studio del finale, perché, in realtà, è fin dall’incipit che i personaggi si muovono in funzione del significato ultimo che assumerà l’intera vicenda: è impossibile, ad esempio, analizzare il finale di Madame Bovary o dei Malavoglia senza prendere in considerazione lo sviluppo delle vicende fin dalla prima pagina.

Prendendo in prestito il modello delle relazioni logiche tra enunciati linguistici, avvalendosi di una metodologia capace di convocare saperi molteplici (dalla linguistica alla psicologia, dalla storia letteraria a quella delle società) e offrendo numerosi, approfonditi esempi tratti dalla letteratura del XIX secolo, la studiosa stila una classificazione dei rapporti di forza che intercorrono tra le istanze di senso all’interno di un romanzo, e di come poi esse sfocino in una conclusione più o meno forte, vale a dire con un senso più o meno esplicito.

Viene quindi illustrato il passaggio dalle varianti più tradizionali del telos, in cui gli scrittori sentono ancora il dovere etico di far prevalere una delle istanze sulle altre, esplicitando, così, il senso di tutta l’opera (come succede ad esempio in Germinie Lacerteux), alla piena concretizzazione della poetica dello straniamento, in romanzi che rinunciano alla narrazione lineare, presentandosi piuttosto come un elenco di episodi: così in Bouvard et Pécuchet, dove, nell’enumerazione delle attività che i due protagonisti tentano senza mai sceglierne definitivamente una, è racchiusa la vera essenza della definizione di “finale aperto”.

Un altro merito del lavoro è anche quello di non limitare il proprio campo di indagine ad una sola letteratura nazionale, mostrando in tal modo come gli sviluppi culturali e sociali tra XIX e XX secolo inducessero gli scrittori di diversi paesi (per quanto ognuno con la propria peculiarità storico-ideologica) a non offrire al lettore una morale univoca, bensì una molteplicità di visioni del mondo.