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Jorie Graham - "Il posto"

[ trad. di A. Francini, Mondadori, Milano 2014 ]

Il posto – place, la parola che dà il titolo a questa raccolta di poesie splendidamente tradotte – è il luogo dove noi veniamo al mondo o comunque lo spazio della prima infanzia, rinato nell’intensità di una epifania (Cagnes Sur Mer 1950). Il posto è l’eredità: non ciò che scegliamo, ma ciò che ci ha scelto e, semmai, dopo ci ha portato ad una difficile riscrittura del nostro destino in desiderio. Nella lingua inglese, il posto «è anche una parola desueta per campo di battaglia. Il nostro essere in un luogo implica una battaglia fra il nostro posto e il posto stesso» (J. Graham, Parole dal posto degli umani, Piero Bigongiari Lectures, Firenze, 20.3.2014). Ma il posto non è solo un nucleo esistenziale, ciò che definisce l’aspetto irripetibile di ogni singola vita; è anche una compresenza di possibilità, di intrecci collettivi – quindi anche lo scenario di un evento pubblico fortemente simbolico. Così Sundown, la prima poesia della raccolta, si snoda attraverso un lungo piano sequenza: la spiaggia normanna di St. Laurent Sur Mer, con il suo corredo di tramonto oleografico, viandante solitaria e cavallo e cavaliere al galoppo, svela una sua nascosta visione quando il ritmo «veloce ma / leggero e inudito» (vv. 8-9) dell’animale alle spalle della voce lirico-narrante (e deambulante) diventa epifania dello slancio liberatorio del tempo, che sessantacinque anni prima (la poesia è del 5 giugno 2009) era alla vigilia dello sbarco alleato su questa e altre quattro spiagge (nell’operazione Overlord del 6 giugno 1944, «Omaha»; v. 6). Il passato si infutura nel momento in cui cavallo e cavaliere «si aprono un varco per riscattare / la vita, un posto dove nessuno / all’improvviso venga di nuovo / ucciso – il “perché” non importa – nessuno» («they made their way, / boring through to clear out / life, a place where no one / again is suddenly / killed – regardless of the “cause” – no one – just this», vv. 31-35). Ma il «posto» può anche negare la sua vocazione all’idillio. È il caso di Mother and Child, incui una campagna estiva satura di vita e abitata da una madre e dalla sua bambina apre la mente della donna ad un «brusio d’origini» (v. 40). Dalle screziature del cielo scaturisce un trompe l’oeil di «fantasmi» (v. 72): sono i torturati, gli assassinati, i giustiziati dalla Storia collettiva, dai suoi scatti feroci (in avanti? indietro?). Jorie Graham si conferma scrittrice inclusiva, al tempo stesso densamente esistenziale e politica – e capace di rilanciare la protesta in forme attuali (cfr. in questo senso anche la raccolta precedente, Sea Change, 2008). Ma torniamo alla madre e alla bambina, due personaggi centrali di questa raccolta, anzi direi due metronomi che scandiscono il ritmo del tempo anche nelle tante poesie che non le vedono protagoniste. Erede di una tradizione che inizia con T.S. Eliot e i suoi Four Quartets e usa il verso lungo, musicale, ragionativo per liberare il tempo interiore dal recinto dell’anima, ponendolo in tensione con la cronologia convenzionale/quantitativa, Graham non ha solo il coraggio di collocarsi in questa autorevole genealogia ma anche quello di rifondarla attraverso l’adozione di un punto di vista femminile e materno. È un nuovo sguardo, generatore di una potenzialità lirico/narrativa infinita – perché capace di rappresentarsi come universale proprio nel momento in cui si individua attraverso una specificità e una appartenenza di genere (come hanno sempre fatto gli uomini, d’altronde). È una nuova durée: rappresa in una forma che concresce per gemmazioni e getti di parole in versi, irradiate sul lato destro e sinistro della pagina da un perno centrale (il libro va infatti letto in
senso verticale); diluita nel flusso delle generazioni prima ancora che della coscienza (in un intreccio continuo tra i due elementi, mai del tutto in amalgama per un verso e mai del tutto scissi per l’altro); moltiplicata da un gioco di specchi paradossale ed enigmatico (quello tra madre e figlia) nel quale l’Altra è al tempo stesso una parte di sé e la differenza più radicale, la fusione e il distacco, l’arcaico e la storia.

allegoria69-70

Allegoria n.69-70

Memory is the way we keep telling ourselves our stories – and telling other people a somewhat different version of our stories. We can hardly imagine our lives without a powerful ongoing narrative. And under neath all these edited, inspired, self-serving or entertaining sto ries there is, we suppose, some big bulging awful mysterious entity called THE TRUTH, which our fictional stories are supposed to be pok ing at and grabbing pieces of. What could be more interesting as a life’s occupation?

(Alice Munro)

sommario

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Il tema: Il racconto italiano del secondo Novecento

Teoria e critica

Canone contemporaneo

Tremila battute