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Nuri B. Ceylan - "Winter Sleep (Kiş Uykusu)"

[ Turchia 2014 ]

Winter Sleep, Palma d’Oro nel 2014, è un film bellissimo. Per l’intensità cinematografica di molte scene; per la qualità delle lunghe sequenze di dialogo, che collocano l’opera in un territorio formale ibrido, nutrito di teatro e letteratura; per la cura della fotografia (il regista è anche fotografo e l’inverno, ritratto con colori, soggetti e inquadrature simili, domina nei suoi film come nei suoi scatti). Ma la sua forza complessiva è un’altra: Winter Sleep esprime in modo sottile e profondo un senso “tragico” della vita, pur senza costruire un vero e proprio intreccio tragico. È la tragedia – hegeliana – del conflitto non più ricomponibile delle concezioni del mondo, approfondita qui nel tema della reciproca estraneità degli individui e della solitudine: un tragico fatto di relazioni, morali e psicologiche, più che di eventi.

Nonostante i 196 minuti di durata, infatti, nel film non succede quasi nulla. Eppure la trama è fitta e raffinata: piccoli nodi stretti nelle prime scene si sciolgono dopo molto tempo rivelando implicazioni decisive per la vita di qualcuno o una potenza epifanica irrefutabile. Aydin, ex attore e ricco possidente, gestisce insieme alla moglie e alla sorella un albergo nella provincia anatolica; quando il figlio di un suo affittuario insolvente scaglia una pietra contro la sua auto, si ritrova suo malgrado coinvolto nel difficile rapporto con la famiglia degli inquilini. Da qui il film non fa che svolgere le relazioni che intercorrono tra i membri di questa ristretta cerchia di personaggi. In due modi: innanzitutto lasciando emergere l’interiorità di ciascuno con una lentezza che non è semplice realismo, ma, per lo spettatore, un esercizio di relazione con l’impenetrabilità degli altri. Ogni figura va conquistata a fatica: il primo piano di spalle del protagonista all’inizio del film segna il confine di una enigmatica barricata oltre alla quale Aydin, come tutti, è serrato. In secondo luogo, costruendo personaggi antipatici: ipocriti, egoisti, servili, ingenui, cinici o violenti. Ma le antipatie in cui veniamo implicati sono sottili: tutti sono ingiusti ma non senza giustificazione, hanno ragione eppure sbagliano, sono sgradevoli ma fragili e scoperti fino alle ossa.

Si tocca così il cuore del film, che è un problema filosofico e l’ossessione di tutti i personaggi: come bisogna vivere. Come condurre una vita giusta, cosa fare per essere felici? Ognuno ha una risposta, imperfetta, ma da portare avanti e difendere davanti agli altri. Anche chi non ha accesso pieno al linguaggio – i poveri, i bambini – trova un mezzo per esprimersi: il corpo, nella forma del gesto. Sono gesti dostoevskijani: improvvisi, irreversibili, violenti. Un pugno contro un vetro, per poi esibire il sangue che stilla tra le nocche; un pacco di banconote gettato nel fuoco; uno svenimento. È doloroso, quindi, ma non impossibile per gli abitanti di questo mondo comunicarsi; è invece radicalmente impossibile intuire le ragioni degli altri, entrare con loro nel loro punto di vista. In Winter Sleep il tragico è il fallimento del riconoscimento dell’altro e l’indagine delle conseguenze di questo scacco: l’interdizione alla condivisione e una solitudine irrevocabile.

A questa solitudine qualcosa si sottrae? Poco prima del finale Aydin e due amici camminano nella neve affondando fino al ginocchio. Solo un cane corre: «lui non è pesante» osserva qualcuno «per questo non sprofonda». La scena è fulminea e allegorica (nella sua composizione ripete alcuni quadri appesi nell’albergo: piccole figure scure in paesaggi soggiogati dalla neve) e allude a qualcosa che i personaggi sembrano invece ignorare o aver dimenticato. C’è un peso di errore in tutto ciò che è umano, ma in un mondo invaso dal senso della nostra finitudine e separatezza, dove nessuna mediazione tra noi è possibile, questa maldestra incapacità di vivere che ci inquieta e ci confonde è anche l’unica cosa che ci riguarda tutti. L’imperfezione, la paura, il nostro difenderci dagli altri e il nostro cercarli: queste ramificazioni della fragilità sono ciò che ci accomuna; la nostra reciproca distanza è quello che condividiamo.

allegoria69-70

Allegoria n.69-70

Memory is the way we keep telling ourselves our stories – and telling other people a somewhat different version of our stories. We can hardly imagine our lives without a powerful ongoing narrative. And under neath all these edited, inspired, self-serving or entertaining sto ries there is, we suppose, some big bulging awful mysterious entity called THE TRUTH, which our fictional stories are supposed to be pok ing at and grabbing pieces of. What could be more interesting as a life’s occupation?

(Alice Munro)

sommario

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Il tema: Il racconto italiano del secondo Novecento

Teoria e critica

Canone contemporaneo

Tremila battute