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Matteo Di Gesù -"Una nazione di carta. Tradizione letteraria e identità italiana"

[ Carocci, Roma 2013 ]

«Va a finire brutta, va a finire, con questi italiani!», protestava Turi Zuppiddu nel più grande romanzo dedicato all’Unità d’Italia, vale a dire I Malavoglia (1881); che, oltre a essere uno dei libri più belli della letteratura moderna, è al tempo stesso la narrazione che, proprio inventando una lingua minore e deterritorializzata rispetto alla coscienza e alla retorica nazionale, ha saputo esprimere le contraddizioni legate alla definizione dell’identità italiana. Sono trascorsi quasi centocinquant’anni, e le recenti vicende della migrazione e dei conflitti materiali e simbolici legati ai nuovi assetti della popolazione che vive e va a scuola in Italia ci restituiscono l’attualità di quell’imprecazione: attendono risposte politiche, culturali, didattiche. Per affrontarle senza superficialità sarà importante tener conto di Una nazione di carta.

Il libro è organizzato come un viaggio in sei tappe. Il punto d’arrivo è il rifiuto del lavoro critico come rettifica delle definizioni e situazioni esistenti, e la proposta di un’idea di letteratura intesa come bene comune, come spazio di costruzione di comunità. L’intenzione di partenza, invece, è quella di indagare come la consapevolezza dell’appartenenza a una nazione sia stata favorita o svantaggiata dall’immaginario “di carta” di cui dispone l’Italia, quando e perché si è brevettato questo repertorio letterario, come è stato strumentalizzato.

I sei capitoli delineano una genealogia degli archetipi che più hanno fondato il repertorio retorico dell’italianità: si va dai topoi danteschi dell’«umile Italia» (ripreso dall’Eneide), del «bel paese» e dell’allegoria della nazione come donna di facili costumi (cap. I), alla postura del cordoglio per le sorti dell’«Italia mia» (cap. II), che da Petrarca e dalla tradizione medievale si salda con la cultura rinascimentale attraverso Pico della Mirandola; sia pure contraddetto, nel Principe, questo stile giunge fino a Foscolo, Manzoni, rinnovandosi nel cliché della sonnolenza che arriva fino al «s’è desta» di Mameli, ristabilendo un filo di continuità tra Seicento e Romanticismo che in parte smentisce la vulgata desanctisiana, e arriva persino alla poesia novecentesca (Risi, Saba, Caproni), fissando un vero e proprio canone della «decadenza italiana». Dopo aver tracciato, nel capitolo terzo, un profilo geoletterario dello stivale (l’immagine è stata messa per iscritto la prima volta da Petrarca), passando da Tasso, Monti, Stoppani, fino alle pagine dello Zibaldone sulle nozioni di settentrionalità e meridionalità, il capitolo quarto fa i conti con il famoso distico «una d’arme, di lingua, d’altare, | di memorie, di sangue e di cor», tante volte usato, a sproposito, in senso nazionalistico. Attraverso il commento e il raffronto intertestuale si mostra infatti come, al contrario del verso precedente, che si riferiva a questioni politiche cruciali, «di memorie, di sangue e di cor» rimanda invece a una dimensione sentimentale e evocativa che trascina anche l’eco dei versi petrarcheschi di Italia mia. Dialogando anche con i lavori di Jossa, il quinto passaggio del libro, per lo più dedicato agli intellettuali e al dibattito delle riviste ottocentesche, riguarda alla categoria di identità letteraria nazionale mettendone in luce soprattutto gli elementi finzionali, e suscitando interrogativi che accrescono l’interesse di Una nazione di carta – per esempio: sarà davvero tutta invenzione la tradizione, tutta battaglia per l’egemonia? o non potrebbe essere anche intesa, per citare uno degli autori più presenti in queste pagine, come un componimento misto di storia e invenzione? Schierando e confrontando le posizioni di Pasolini, Sciascia, Sanguineti, Arbasino, Manganelli, il discorso sull’identità si increspa, la retorica si sgonfia: la letteratura diventa tutta da rifare, perché la tradizione letteraria italiana si è intrecciata da sempre con la cultura materiale degli italiani, ma certamente questa sua vitalità non può risolversi soltanto a colpi di riforme, di programmi ministeriali, o di spartizioni tra settori disciplinari (cap. VI).

allegoria69-70

Allegoria n.69-70

Memory is the way we keep telling ourselves our stories – and telling other people a somewhat different version of our stories. We can hardly imagine our lives without a powerful ongoing narrative. And under neath all these edited, inspired, self-serving or entertaining sto ries there is, we suppose, some big bulging awful mysterious entity called THE TRUTH, which our fictional stories are supposed to be pok ing at and grabbing pieces of. What could be more interesting as a life’s occupation?

(Alice Munro)

sommario

Di seguito è disponibile l'indice completo del numero diviso per le sezioni tematiche della rivista.
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Il tema: Il racconto italiano del secondo Novecento

Teoria e critica

Canone contemporaneo

Tremila battute