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Robert Altman, America oggi, 1993

Definire l’essenza di un regista eretico a se stesso come Robert Altman è impresa tutt’altro che facile. C’è da supporre che, se una vera eredità egli abbia lasciato ai cineasti della generazione successiva, la cosiddetta “VCR Generation”, questa eredità consista, più che in un’impronta stilistica propriamente detta, in un’opzione etica: la necessità di liberare lo sguardo; di sfrondarlo da teoremi e punti di vista determinati (dei personaggi come dell’occhio narrante), per farlo piombare nell’abisso fenomenologico dagli orizzonti appannati di un mondo senza eroi; dove uomini, segnati dalle agrodolci stimmate dell’ordinario, vengono straordinariamente definiti dalla paradossalità degli eventi, e non viceversa.

La definizione corrente di Altman è sempre stata quella, piuttosto ovvia e generica, di cineasta della coralità; dal momento che nella gran parte delle sue opere (da M.A.S.H. a Nashville, da America Oggi a Gosford Park), con un passo narratologico in apparenza più postmoderno che moderno, il regista ha fatto esplodere le strutture del racconto filmico moltiplicandole, e sostituendo allo sviluppo classico della soggettività dei personaggi un soggetto collettivo, sommerso da un sentimento del mondo generale, in nome del quale gli accadimenti personali si riducono a piccole variazioni sul tema in ordine di idee seriale, cui sembra impossibile sfuggire.

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Allegoria n.57

È finito il postmoderno? Stiamo assistendo, in letteratura e al cinema, a un ritorno alla realtà, dopo decenni di ripiegamenti metalinguistici e ironie manieristiche?

Che spazio possono avere le forme del realismo di fronte all’irrealismo dei media?

Sta nascendo un nuovo impegno? Scrittori, registi e critici italiani fra i trenta e i quarant’anni riflettono sul significato del romanzo e del cinema di oggi.

sommario

Di seguito è disponibile l'indice completo del numero diviso per le sezioni tematiche della rivista.
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Il tema: Ritorno alla realtà? Narrativa e cinema alla fine del postmoderno

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