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Philip Roth, "Pastorale americana", 1997

Seymour Irving Levov detto lo Svedese corrisponde all’ideale dell’uomo americano nel periodo più felice degli Stati Uniti, quello immediatamente successivo alla vittoria nella seconda guerra mondiale. È alto, bello, atletico, dall’aspetto nordico, eccelle negli sport più popolari, si è presentato volontario per l’ultimo combattimento contro il Giappone, evitato, con suo rincrescimento, a causa dell’esplosione atomica che ha posto fine alla guerra, ha sposato una donna bellissima che è una somma di virtù familiari.

Nonostante tutte queste doti è modesto, affabile, popolare senza cercare la popolarità, inflessibilmente onesto; essendo ebreo, è il modello al quale si ispirano gli ebrei della cittadina di Weequahic, ancora alla ricerca di una completa integrazione. Sacrifica una carriera brillante nello sport alla continuità dell’azienda paterna, una fabbrica di guanti, nella quale impegna ogni sua energia e che dirige con competenza e successo.

Si può dire che egli sia una felice sintesi tra la tradizione ebraica e quella puritana, ancora vitali, in quel momento storico, nella provincia statunitense. Levov lo Svedese compare nel romanzo di Roth perché costituisce un enigma per il personaggio-narratore, lo scrittore Nathan Zuckerman, dal quale è filtrata la vicenda, ricostruita a sprazzi, senza che venga seguito un criterio cronologico.

(Franco Petroni)

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allegoria58

Allegoria n.58

«È necessario, capisce? In tutto questo la sofferenza umana non deve contare niente». «Sì, ma comunque qualcosa conta».

Era questo che non riuscivo ad afferrare: l’enorme, assoluta sproporzione tra la facilità con cui si può uccidere e la grande fatica che si deve fare a morire. Per noi era un’altra sporca giornata di lavoro; per loro la fine di tutto.

(Jonathan Littell, Le Benevole)

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