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Margaret Doody - "La vera storia del romanzo"

[Sellerio, Palermo 2009]

La vera storia del romanzo (The True Story of the Novel, 1996) di Margaret Doody è un libro scritto contro la storia. Non di una «history» si tratta ma, come recita il titolo originale, di una «story», un racconto fondato su un’intenzione narrativa precisa: demolire ogni nesso tra storia e generi letterari e schiacciare la forma narrativa sull’atemporalità di una antropologia piuttosto confusa. Lo dimostra la struttura del volume: la prima sezione è dedicata al romanzo antico, investito di valore archetipico; nella seconda parte, scopertamente militante, l’autrice ricostruisce le linee di continuità tra narrativa in prosa antica e romanzo moderno; chiude lo studio un massiccio repertorio di tropi, ammassati gli uni sugli altri a dimostrare l’invariabilità culturale del romanzo.

L’intelaiatura teorica del libro è chiara: tanto i presupposti cultural (sia postcolonial sia gender) quanto la postura decostruzionista di fronte ai testi sono apertamente contrapposti a qualunque altro tipo di approccio critico (Lukács, Bachtin e Auerbach vengono tutti liquidati). Due sono gli idoli negativi stigmatizzati da Doody: la specificità moderna del romanzo e il realismo. L’adozione di una prospettiva di lunga durata non serve qui a rilevare, all’interno delle genealogie, tanto le contiguità quanto i segni di frattura. Al contrario, la «vera storia del romanzo», secondo l’autrice, è fatta di permanenze, ripetizioni e rimozioni di contenuti tutti già elaborati dalla tradizione narrativa antica.

Il romanzo non è per Doody un genere moderno: basta l’esistenza delle opere di Achille Tazio o Apuleio a provare che quell’oggetto culturale che continuiamo a considerare una delle forme simboliche che meglio hanno espresso e documentato i modi di vita delle società moderne sia in realtà il frutto di una costruzione ideologica. La questione è complessa. Lo sguardo di lunga durata consente di eliminare difetti di visione che certo storicismo tende a irrigidire; ma la generalità antropologica con cui Doody intende osservare lo spazio dei generi narrativi rischia di polverizzare del tutto il senso della differenza storica.

Un tentativo analogo e contrario lo ha compiuto Thomas Pavel nel suo La Pensée du roman (2003): analogo, perché anche Pavel, come Doody, è convinto della necessità di includere a pieno titolo la narrativa antica in una ideale biografia del romanzo, ed è proprio questa mossa che consente a entrambi gli studiosi di riconoscere nel racconto dell’imperfezione umana uno dei tratti di lunga durata più significativi del genere; contrario, perché Pavel ricollega sempre le trame narrative – oggetto privilegiato della sua analisi – a una rete di concetti illuminati di volta in volta su sfondi storici differenti. Si arriva così al secondo bersaglio polemico del saggio: quel «Realismo Prescrittivo» indicato come la pietra angolare dell’edificio disciplinare nel quale la forma narrativa sarebbe stata sorvegliata e punita in epoca moderna.

Il realismo sarebbe, secondo questo teorema, una vera e propria ideologia usata dal XVIII secolo in poi come scusa per occultare la tradizione romanzesca antica, per segregare i generi non realistici ai margini dello spazio letterario, addirittura per controllare la castità femminile e le sue rappresentazioni. Certo, Doody non può fare a meno di riconoscere la grandezza di Balzac o George Eliot, ma questo non impedisce che la seconda sezione del saggio sia un azzardato tentativo di tacciare di autoritarismo l’intera tradizione realista ottocentesca.

Così, l’intento più originale del libro – proporre una gender story del romanzo, attenta al piano dell’immaginario – si vanifica nell’ostinazione con cui l’autrice rifiuta di soffermarsi sulle discontinuità profonde che costellano la storia del genere: le domande cruciali sulle eroine dei romanzi realisti e sui loro destini narrativi, ad esempio, danno luogo a ipotesi confuse e sfocate. Una riflessione non pregiudiziale sul realismo e sulla sua specificità moderna, sostenuta da un approccio culturale, avrebbe dato risposte illuminanti quanto le domande.

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Allegoria n.61

La virilità [...] è una nozione eminentemente relazionale, costruita di fronte e per gli altri uomini e contro la femminilità, in una sorta di paura del femminile, e innanzitutto in se stessi.

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile

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