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Andrea Zanzotto - "Conglomerati"

[Mondadori, Milano 2009]

Due sono i tratti ricorrenti del nuovo libro di poesia di Zanzotto, pubblicato a distanza di quasi dieci anni dal precedente Sovrimpressioni (sempre nella collana mondadoriana dello «Specchio»). Innanzitutto la ripetizione: ripetizione di stilemi, di tratti versali, di interi componimenti in duplice o multipla variazione, andando così da L’aria di Dolle, con la doppia anafora iniziale («in basso e basso e basso / lungo la stretta valle di curve e curve e curve»), alla bina (o trina, considerando l’originale leopardiano) versione-variazione di A Silvia, una Silvia aggiornata, che muore giovane, ma «scelse e riuscì a laurearsi in ungherese», come svela una delle non infrequenti note che puntellano i testi, insieme a quei grafemi e piccole pseudoillustrazioni che addirittura vi si integrano.

Allora, quei Conglomerati di un titolo fra i più indovinati degli ultimi anni dicono innanzitutto la stratigrafia della lingua, che subisce alterazioni costanti e insieme però si rapprende nella ripetizione dei significanti: tornano infatti di poesia in poesia i segni più tipici della poesia zanzottesca, a partire dagli stilemi riferiti al mondo minerale e vegetale, entro quell’orizzonte che Giulio Ferroni nella recensione al libro apparsa su «l’Unità» ha chiamato (con termine per lui programmatico) «ecologico».

E però, accanto a quei tratti tipici, può affiorare anche un nuovo presente di tematiche inedite e ben urgenti per il poeta più civile del nostro presente (se si va ai temi oscillanti «tra storia e memoria» del terzo capitolo del libro-intervista In questo progresso scorsoio, edito, più o meno in contemporanea alle poesie, per Garzanti), dalla globalizzazione all’informatizzazione diffusa (entra in questo modo non troppo sorprendentemente nel lessico di un poeta di novant’anni il motore di ricerca google). L’altro tratto tipico, ma non disgiunto, anzi, congiunto (come nel conglomerato roccioso, uno strato all’altro) è il tema o Leitmotiv della memoria.

E nemmeno questo sorprende, in un poeta che ha attraversato tutto il secolo che ci ha preceduti, scandendone, anzi, i decenni con le singole raccolte, e che trasborda nel nuovo carico, oltre agli altri, di un libro tra i più importanti, dei suoi e del secolo di cui va a chiudere “emblematicamente” il decennio inaugurale. La memoria vi diventa però occasione, invece che di ripristino e di recupero, come nella tradizione leopardiana (pure sovente evocata), di ribadito abbandono e di rinnovata rinuncia: ed è davvero memorabile, se ci si consente il gioco di parole, il breve testo di De senectute, in cui la condizione enunciata dal titolo, di privazione graduale, condizione in cui ogni atto comporta un affaticamento e una perdita piuttosto che un acquisto, è ben contenuta nella strofe unica e nel suo attacco dubitativo: «Possibile che non mi sia dato / compiere la più minuta / azione senza che il tempo / venga a riscuotere, usuraio atroce / la sua parte, con interessi / sempre più spropositati / esponenziali, demenziali».

Si rapprende così in un unico emblema questo sgretolarsi costante, se pur lento, del tempo e delle cose, proprio come di pezzo di roccia che scalfita dall’erosione si abbandoni lentamente alla forza naturale: le ripetute occorrenze della parola «alzaimer» (sic) si fanno perciò sintomo di presenza- assenza, che diventa angosciosamente decisivo negli aspri e bellissimi versi di Vergogna: «Ora il tempo dovrebbe vergognarsi / di far quello che facciamo / di strampalarci stralciarsi / sfalciarsi sfidarci infilzarci».

La vergogna, soprattutto, di doversi collocare in un tempo diverso e alieno da quel «Luogo » cui si anela in vari componimenti, un ambito protetto dalle aggressioni dell’attualità e dalla furia della natura che a sua volta sembra difendersi dai turbamenti della storia. E questo «Luogo» Zanzotto sa bene di averlo trovato un’altra volta: è la consegna della parola all’imperitura teoria degli strati, che si sedimenteranno man mano, nel tempo, sempre provando a resistere a quegli assalti, proteggendosi col valore e insieme con la forza di resistenza che ha solo la poesia, quando è tale.

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Allegoria n.61

La virilità [...] è una nozione eminentemente relazionale, costruita di fronte e per gli altri uomini e contro la femminilità, in una sorta di paura del femminile, e innanzitutto in se stessi.

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile

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Il tema: declinare il maschile

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