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Roberto Bolaño - "2666"

[Adelphi, Milano 2009]

Non è una novità letteraria in senso stretto: uscito nel 2004, un anno dopo la morte dell’autore, e tradotto da Ilide Carmignani, prima di essere proposto come opera unica 2666 era già stato pubblicato in due volumi nel 2007 (La parte dei critici, La parte di Amalfitano; e La parte di Fate) e nel 2008 (La parte dei delitti, La parte di Arcimboldi). Eppure parlarne si deve: perché al di fuori dei circuiti della “bolañomania”, o salvo rare eccezioni (per esempio Rizzante, Non siamo gli ultimi, 2009), non ha avuto ancora tanti lettori; e invece è un romanzo che rimarrà. «La letteratura noiosa, a voler essere precisi, è quella che non si prende rischi. E i rischi, in letteratura, sono di ordine etico, fondamentalmente etico, ma non si possono manifestare se non si assume un rischio formale» (Catorce preguntas a Bolaño, 2003; si legge in http://www.archiviobolano.it/index.html).

Articolata e pesante, composta di parti che vanno avanti e indietro con le date e con il tempo come storie che riemergono dal fondo di un lago, la forma di 2666 si spinge all’estremo rischio di un’intelaiatura che rappresenti il mondo nel mentre che lo racconta. Come «un’oasi d’orrore in un deserto di noia», secondo l’epigrafe da Baudelaire, la scrittura diventa un autoritratto radicale, somiglia all’artista che si mutila e inserisce la sua mano nel quadro (p. 68), è una provocazione alla critica letteraria «non speculativa […] senza dubbi […] soltanto un occhio che cerca gli elementi tangibili». Fare i conti con l’enigma della violenza, e soprattutto con la prossimità tra la cultura e l’orrore della Storia: questo è l’ombelico oscuro di 2666, tanto che gli ingranaggi della detective-story – le identità da svelare, i crimini impuniti, l’inchiesta – fungono da dispositivi di giuntura dell’opera.

La vita è gioco del caso, malgrado tutti rincorrano, attraverso i sogni, l’idea di un destino. 2666 si compone di cinque parti dallo stile vario, piene di personaggi – molti artisti, poeti, scrittori – narrati a partire dalla Grande Guerra fino a fine Novecento. Nella prima parte ci sono quattro accademici consumati dall’ossessione di rintracciare lo scrittore Benno von Arcimboldi; la seconda racconta di un altro studioso emigrato in Messico; nella terza si narrano le vicende di un giornalista sportivo afroamericano; la quarta ripercorre in serie centonove delitti; la quinta riprende la storia del misterioso scrittore. Ogni storia va incontro alle altre, ma non è un castello di destini incrociati, o un labirinto iperletterario capace di rinchiudere i mostri; è il contrario di un passatempo perché amplifica l’effetto del vuoto.

La trama, mai intuitiva, ricorda a tratti la ridondanza del flusso narrativo sudamericano, ma resta lontana dal parco giochi del realismo magico: le molte digressioni non esprimono un puro gusto affabulatorio, raccontano piuttosto come, attraverso «il passare dei mesi e degli anni, che è silenzioso e crudele » (p. 19), che tutto attenua (p. 102) ma non lascia nulla dietro le spalle, ogni vita individuale scorra in solitudine eppure in oscura risonanza con la vita collettiva, sotto il segno del caos e della violenza («solo nel disordine siamo concepibili»: p. 796), secondo un’etica narrativa che a tratti evoca, tanto nella costruzione corale quanto nel bisogno di un racconto totale, le impalcature europee ottocentesche (rovesciate di paradigma: «la storia è una puttana molto semplice, che non ha momenti cruciali ma è una proliferazione di istanti, di attimi fugaci che competono fra loro in mostruosità» (p. 858). Il luogo/trauma su cui si coagulano le storie è l’immaginaria Santa Teresa, modellata su Ciudad Juárez, al confine tra Messico e USA: una sorta di Gomorra – l’opposto di Macondo dei Cien años de soledad –, dove dagli anni Novanta si stanno realmente consumando centinaia di femminicidi. Qui abita il segreto del male.

Come in un racconto del terrore, il ventesimo secolo è un inferno di totalitarismi (europei e sudamericani), di guerre compiute in nome della purezza e della volontà, di eccidi (quello ebraico è narrato con talune soluzioni di inquadratura che anticipano Le benevole).

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Allegoria n.61

La virilità [...] è una nozione eminentemente relazionale, costruita di fronte e per gli altri uomini e contro la femminilità, in una sorta di paura del femminile, e innanzitutto in se stessi.

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile

sommario

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Il tema: declinare il maschile

Teoria e critica

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Tremila battute