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Massimo Gezzi - "L'attimo dopo"

[Sossella, Roma 2009]

«L’attimo dopo» e «Poco prima»: questi i titoli emblematici della prima e dell’ultima sezione di L’attimo dopo, la seconda raccolta poetica di Massimo Gezzi. In entrambe, una citazione in esergo (da Mrs Dalloway di Virginia Woolf nel primo caso e da John Ashbery nel secondo) contiene la parola hour. I rintocchi dell’inizio e della fine incorniciano il libro, scandendolo e rendendolo circolare. Al suo interno, una riflessione sul tempo articolata come confronto fra il divenire dei singoli esseri e la cronologia universale: «passano gli uomini, si arrendono allo spazio, / e nel farlo si convincono / che passare è il loro unico motivo / per essere nel mondo.

È incredibile che tutto / ci sopravviverà: la terra lavorata / perderà ogni sembianza» (La memoria di una terra, p. 16). La poesia è ancorata alla memoria: la nominazione delle cose e delle verità epifaniche intraviste al loro interno sembra contrapporsi al tempo. In questo senso l’autore si pone sulla scia di uno dei filoni principali della lirica moderna, da Leopardi a Montale. Tutta la raccolta, d’altronde, è piena di riferimenti alla tradizione italiana del Novecento: da Montale a Fortini a Cattafi. La differenza e la novità di Gezzi è però la mancanza di tragicità nello sguardo.

L’io dell’Attimo dopo osserva il mondo circostante, spesso ricorrendo all’espediente stilistico dell’elenco («Mi alleno così: imparo a numerare»), ma rinuncia alla pretesa di significato, alla rivelazione di un soprasenso. Le visioni di Gezzi sembrano essere il contrario dell’epifania tradizionale: difficile ritrovarvi un’istanza metafisica. Al contrario, tutte le poesie dell’Attimo dopo si attaccano alla corporeità di cose e persone, alla fisicità dei luoghi. L’attenzione alle piccole cose di «una storia come tante» è massima, soprattutto nella parte centrale del libro. Ciò che compone un’esistenza terrena ed in nulla fuori dall’ordinario viene osservato ed enumerato: i tombini, lo scarico del bagno, i cancelli, il cemento.

E tuttavia Gezzi aderisce al reale ed accetta un senso delle cose tutto terreno, senza distonie e nichilismi. Questa posizione fenomenologica trova un corrispettivo formale nello stile piano, ma non regressivo: la sintassi talora classicheggiante e la versificazione – a volte endecasillabica, a volte libera – sembrano sempre indirizzate verso una forma di regolarità ritmica. Nell’Attimo dopo la poesia non è intesa come arma, antidoto allo svuotamento di senso: la parola poetica è per Gezzi un nuovo strumento di esperienza.

«Una delle poche cose che la poesia sa fare, d’altronde, è mettere in comune un’esperienza, proprio mentre sembra isolarsi nell’autoreferenzialità. Dire con precisione le poche verità che si sono intraviste attraverso la propria esperienza, distruggendo ogni illusione consolatoria e sperando nella risposta di un lettore: è in questo rapporto che la poesia esiste, agisce e si salva»: queste le parole conclusive della nota introduttiva di Gezzi. Sembrano riassumerle efficacemente alcuni suoi versi: «Un mattone conta più delle parole / che lo imitano appoggiandosi / una sopra l’altra. / Io con la poesia vorrei fare mattoni» (Mattoni, p. 46).

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Allegoria n.62

Per quanto sapessero tutti che in epoche tremende l’uomo non è più artefice del proprio destino e che è il destino del mondo ad arrogarsi il diritto di condannare o concedere la grazia, di portare agli allori o di ridurre in miseria, e persino di trasformare la polvere in lager, tuttavia né il destino del mondo, né la storia, né la collera dello Stato, né battaglie gloriose o ingloriose erano in grado di cambiare coloro che rispondono al nome di uomini; ad attenderli potevano esserci la gloria per le imprese compiute oppure la solitudine, la disperazione, il bisogno, il lager e la morte, ma avrebbero comunque vissuto da uomini e da uomini sarebbero morti, e chi era morto era comunque morto da uomo: è questa la vittoria amara ed eterna degli uomini su tutte le forze possenti e disumane che sempre sono state e sempre saranno nel mondo, su ciò che passa e su ciò che resta.

Vasilij Grossman, Vita e destino

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