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Emmanuel Guibert, Didier Lefèvre, Frédéric Lemercier - "Il fotografo"

[Coconino Press-Fandango, Bologna-Roma 2010]

Da Persepolis di Marjane Satrapi (Sperling Kupfer, 2003) a Pyongyang di Guy Delisle (Fusi Orari, 2006), la narrazione per immagini è diventata sempre meno una forma di intrattenimento e sempre più denuncia sociale ed esplorazione della vita umana; tanto che, ormai, al termine generico e un po’ dispregiativo “fumetto”, va sempre più spesso sostituito il più dignitoso graphic novel. È questo il caso di una delle più interessanti pubblicazioni del 2010, Il fotografo. Il libro racconta la storia di Didier Lefèvre, fotoreporter, che nel 1986 parte per un servizio in Afghanistan, chiamato dalla donna che gestisce la sezione locale di Médecins sans frontières: Juliette “Jamila” Fournot intende mostrare la guerra, e denunciare le condizioni in cui gli stessi volontari sono costretti a vivere. Per tre mesi Lefèvre, giovanissimo, documenta ogni aspetto della difficile vita in un paese occupato; le sue fotografie soddisferanno le richieste – e andranno oltre: tredici anni dopo il suo viaggio, Lefèvre racconta la sua esperienza all’amico fumettista Emmanuel Guibert, che ne fa un libro.

I disegni di Guibert sono semplici ed espressivi; la narrazione, in prima persona, è asciutta e non indulge a sentimentalismi. Ma ciò che rende quest’opera diversa dalle altre è la particolarissima commistione di fotografia e disegno: la memoria del narratore si unisce alla sua testimonianza visiva; al disegno succedono gli scatti di Lefèvre. Il risultato è impressionante. L’occhio del fotografo cattura perfettamente l’intrecciarsi di un particolare momento storico e della vita di un uomo, capace di valicare da solo le montagne afghane fino al Pakistan perché esasperato dai suoi compagni di viaggio, di stizzirsi della perdita di un obiettivo mentre attraversa un fiume, ma anche di piangere dopo aver assistito all’operazione su un bambino dilaniato dalle bombe.

Il ritmo è sempre serrato; le fotografie, quasi tutte in bianco e nero, si uniscono ai disegni (a colori) senza che si creino frizioni: la narrazione in prima persona e la potenza stessa della storia fanno sì che la differenza di focalizzazione tra il linguaggio del fumetto, in cui il protagonista è presente, e quello della fotografia, in cui il fotografo è quasi sempre assente, non appaia una debolezza, ma un punto di forza. «Guibert sa che disegno e fotografia si guardano in cagnesco, […] ma è affascinato dall’idea di dare al reportage fotografico la continuità di racconto che tutt’al più verrebbe assegnata a qualche didascalia. “Ogni volta che vedo una fotografia – dice – mi chiedo che cosa è successo prima e che cosa succederà dopo”» (p. 7).

Dal poliziotto corrotto di Bum Boret a Juliette, la dottoressa che non rinuncia a lavarsi i denti nemmeno nelle situazioni più critiche, tutti i personaggi presenti nel racconto appaiono indimenticabili; e così i paesaggi, ostili e bellissimi; le montagnole dietro cui nascondersi, affamati, che improvvisamente somigliano ad un Ferrero Rocher; l’ossessione dei bombardamenti aerei, cui non si sfugge se non si è nascosti perfettamente – unghie comprese, nelle mani chiuse a pugno. Adriano Sofri scrive nella prefazione: «sono rimasto impressionato e trascinato dalla lettura e visione del libro, dalla sua prodigalità – è difficile che un’esperienza avventurosa e drammatica venga raccontata, pur nella pienezza esorbitante dei nostri media, fin nei suoi dettagli quotidiani e ordinari e per così dire superflui» (p. 8).

È proprio questo a rendere Il fotografo qualcosa di più di un fumetto, e il fumetto qualcosa di più di un genere “a margine”. Un libro del genere non è “solo” un fumetto; non è “solo” un reportage; non è “solo” un diario di viaggio. La volontà di comunicare, di condividere, è più forte di ognuno di questi singoli elementi: graphic novel vuol dire romanzo per immagini, e la parola novel è significativa: novel come storia di un essere umano come tutti, che vive un’esperienza degna di essere raccontata, ascoltata, ripensata.

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Allegoria n.62

Per quanto sapessero tutti che in epoche tremende l’uomo non è più artefice del proprio destino e che è il destino del mondo ad arrogarsi il diritto di condannare o concedere la grazia, di portare agli allori o di ridurre in miseria, e persino di trasformare la polvere in lager, tuttavia né il destino del mondo, né la storia, né la collera dello Stato, né battaglie gloriose o ingloriose erano in grado di cambiare coloro che rispondono al nome di uomini; ad attenderli potevano esserci la gloria per le imprese compiute oppure la solitudine, la disperazione, il bisogno, il lager e la morte, ma avrebbero comunque vissuto da uomini e da uomini sarebbero morti, e chi era morto era comunque morto da uomo: è questa la vittoria amara ed eterna degli uomini su tutte le forze possenti e disumane che sempre sono state e sempre saranno nel mondo, su ciò che passa e su ciò che resta.

Vasilij Grossman, Vita e destino

sommario

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