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Paolo Nori - "I malcontenti"

[Einaudi, Torino 2010]

Romanzo sociale e generazionale, I malcontenti è anche un romanzo che riflette su se stesso, su cosa sia la letteratura e cosa possa fare uno scrittore nel particolare momento storico in cui si trova (oggi: la stagnazione da “fine della storia” in cui l’Italia langue da più di un ventennio). In questo senso costituisce una sorta di collaudo delle posizioni elaborate in Noi la farem vendetta (2006) e Mi compro una Gilera (2008). Nel primo tassello di questa che in via provvisoria potremmo definire “trilogia storico- sociale”, Nori inaugurava un impianto narrativo teso tra passato («Per chi si scrive? / Si scrive per i morti») e futuro (la figlia Irma, ritratta sulla copertina di questo romanzo e dei due successivi), rivivificando la storia dei martiri di Reggio Emilia del 1960 con risultati tali che sull’«Indice» Giovanni Choukhadarian salutava la comparsa di un «credibile maître à penser per una parte almeno della sua generazione».

Quasi a rifiutare questa candidatura in Mi compro una Gilera Nori, ragionando su una celebre telefonata del 1933 tra Pasternák e Stalin, tracciava un confine netto tra letteratura e potere: lo scrittore non ha alcun potere, se non quello assai mediato e a lungo termine che esercita l’opera letteraria; quando prende posizione, magari in nome di un mandato sociale scaduto da tempo, rischia anzi di trasformarsi in una «bella vanga», di assecondare logiche di appartenenza meramente strumentali, venendo meno al suo impegno primario, quello di raccontare la vita. «Piutost ca tor mujera / a m’cati na Gilera / e a vag a spass matin e sera», recita la canzone che dà il titolo al libro, dove prender moglie significa, fuor di metafora, legarsi a un partito, al ceto degli intellettuali o a qualsiasi altro corpo sociale. Mentre in Mi compro una Gilera questa riflessione procedeva, com’è consueto in Nori, in modo rapsodico (attraverso un “pensiero aneddotico” nel quale si può riconoscere una versione secolarizzata del pensiero mitico) nei Malcontenti viene invece calata entro una più tradizionale struttura a intreccio.

L’Io narrante, Bernardo, assiste al tentativo di una coppia di giovani “tipici” (Giovanna e Giovanni, detti Nina e Nino) di entrare in società. Ma nel mondo d’oggi «il compito di chi ha meno di quarantacinque anni non è di contribuire a un perfezionamento del mondo stesso, né (ci mancherebbe) a un ribaltamento o a un qualsivoglia cambiamento di rotta», bensì «di non rompere troppo i maroni». Mentre Giovanni decide da subito «di prendere una benda e di calarsela sugli occhi», Nina cerca invece di dare un senso alla propria vita prendendo parte all’organizzazione di un improbabile festival dei Malcontenti. Il meta-romanzo si innesta sul romanzo sociale quando l’Io narrante, contravvenendo al codice formulato in Mi compro una Gilera, interviene nella vita dei suoi giovani vicini di casa, cominciando «a recitare la parte di quello che aveva gli strumenti e la voglia e i mezzi per aiutarli a venir fuori da… da cosa?».

Ma, poiché è inconfessabilmente attratto da Nina, interviene l’interesse personale: ogni suo gesto assume l’ambiguità del secondo fine e non fa che incrinare il legame tra i due ragazzi. Quod erat demonstrandum. Bernardo ha a sua volta una crisi di senso: «Era come se le cose avessero cominciato a diventare di sabbia. / Tu le toccavi, si polverizzavano». Anche il romanzo si sgretola: gli ultimi sessanta dei 273 paragrafi in cui è distribuita la narrazione si fanno più brevi, precipitano in una cascata di «e» anaforici, riscattati solo dal conclusivo «ma».

Apertosi sulla scia storico-sociale di Noi la farem vendetta il romanzo si chiude nel segno intimistico e fallimentare di un altro romanzo (e territorio) noriano: La vergogna delle scarpe nuove (2007). Pur ritraendo con esattezza ed empatia la loro condizione, Nori deliberatamente delude i giovani che cerchino nello scrittore un maestro, un’autorità. Lo scrittore può essere un compagno, testimoniare un mondo diverso da quello esistente, ma non deve rappresentare nulla, se non l’alterità della letteratura stessa. Sta ai singoli, secondo i desideri e le capacità di ciascuno, capire che fare.

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Allegoria n.62

Per quanto sapessero tutti che in epoche tremende l’uomo non è più artefice del proprio destino e che è il destino del mondo ad arrogarsi il diritto di condannare o concedere la grazia, di portare agli allori o di ridurre in miseria, e persino di trasformare la polvere in lager, tuttavia né il destino del mondo, né la storia, né la collera dello Stato, né battaglie gloriose o ingloriose erano in grado di cambiare coloro che rispondono al nome di uomini; ad attenderli potevano esserci la gloria per le imprese compiute oppure la solitudine, la disperazione, il bisogno, il lager e la morte, ma avrebbero comunque vissuto da uomini e da uomini sarebbero morti, e chi era morto era comunque morto da uomo: è questa la vittoria amara ed eterna degli uomini su tutte le forze possenti e disumane che sempre sono state e sempre saranno nel mondo, su ciò che passa e su ciò che resta.

Vasilij Grossman, Vita e destino

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