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Umberto Saba, Vittorio Sereni - "Il cerchio imperfetto. Lettere 1946-1954"

[a cura di C. Gibellini, Archinto, Milano 2010]

Il carteggio risale al periodo tra il 1946 e il 1954 – anche se alcune lettere di Sereni sono andate perdute. Al centro delle lettere di Saba è sempre il tema della malattia, che sempre più scivola verso l’auspicata conclusione della vita, o il suicidio (16 settembre 1952). Quando parla Sereni invece traspare spesso lo sconforto: «non ho fatto niente di niente, nemmeno tentato. […]. È evidente che gli affetti non bastano a far poesia o almeno debbono essere trasformati in un’altra facoltà che, contenendoli, li potenzia e li supera: in qualcosa che lei chiamerebbe “contatto con l’inconscio”» (29 agosto 1946, pp. 38-39).

Interessanti i molti consigli di poetica per il giovane Vittorio: veri e propri ammonimenti e stroncature a volte («umile bersaglio ai suoi colpi», si descrive Sereni, p. 46); «L’errore è stato di non aver raccontato l’episodio come veramente si è svolto» (25 febbraio 1947, p. 49); «peccato che tu non abbia avvertito la necessità di essere, fino agli estremi limiti del possibile, uno storico» (p. 50); e ancora «“La sera invade il calice leggero – che tu accosti alle labbra –”; due bei versi [di Sereni] che non dicono niente. […] Tu sai che la mia concezione della poesia è un’altra: niente letteratura (voglio dire il meno possibile; ogni nave ha bisogno, per galleggiare, di un po’ di zavorra); molta vita, niente trasposizioni su piani astratti, molto invece di quella GRANDE IMMENSA RARA COSA che è la sublimazione […].

In breve, io ti perdono tutti versi brutti del diario [Diario d’Algeria], ma nessun verso bello» (1 giugno 1947, pp. 54-55). Per quanto riguarda Saba, abbastanza cospicue sono anche le notizie su nuovi libri e testi e sul Canzoniere dopo l’edizione einaudiana del 1945 (le note testuali della Gibellini sono molto utili per orientarsi all’interno della vicenda editoriale). Nelle lettere si incontrano così la Storia e cronistoria del Canzoniere («Sono estremamente preso del mio libro. Sto dalle 10 alle 12 ore alla macchina da scrivere. Sento che è il mio ultimo libro; terminato il quale – come ho scritto a Federico [Almansi, giovane amico di Saba e Sereni] vorrei voltare il viso contro il muro, e morire», 1 giugno 1947, p. 53).

Oppure può trattarsi di testi legati alle edizioni successive del Canzoniere: «Uno di questi giorni (appena starò un po’ meglio) manderò a Federico [Almansi] una mia poesia, datata 1905-1947» (poesia non individuata dalla Gibellini, 3 luglio 1947, p. 60); o, ancora, di riflessioni sull’edizione 1948 del Canzoniere: «Einaudi non si decide a mandarmi le seconde bozze […] quelle che mi ha mandate circa un mese fa erano incomplete […] erano poi un orrore; pareva che il tipografo le avesse composte in un accesso d’ira proletaria contro la poesia, che non è PURTROPPO proletaria»; Saba si sofferma quindi su alcune correzioni testuali, e infine: «Hai già capito che, quando io, per un motivo o per un altro, non potessi correggere personalmente le bozze, prego te di farlo.

Dovresti in questo caso scrivere ad Einaudi che sei stato incaricato da me, per testamento, dell’ultima revisione. E che, assieme alle bozze nuove, deve mandarti le vecchie (quelle cioè corrette da me) nelle quali, oltre alle correzioni, ci sono alcune varianti […] Un’altra cosa ancora a proposito del Canzoniere. Il giorno che Mondadori vorrà ristamparlo in tanti volumetti deve attenersi, per il testo, al secondo Canzoniere [1948] (per via delle aggiunte, correzioni e varianti […])» (22 febbraio 1948, pp. 75-77). Il volume è corredato da un’appendice e da un indice dei nomi. L’appendice utilmente contiene testi a cui si fa riferimento nel carteggio: dalla lettera in cui Saba racconta alla figlia Linuccia un episodio da cui scaturì la prosa sereniana Angeli musicanti, alle recensioni di Sereni su alcune opere di Saba, sino ad un’intervista di Sereni in cui lo scrittore racconta del poeta triestino ormai morto da anni.

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Allegoria n.62

Per quanto sapessero tutti che in epoche tremende l’uomo non è più artefice del proprio destino e che è il destino del mondo ad arrogarsi il diritto di condannare o concedere la grazia, di portare agli allori o di ridurre in miseria, e persino di trasformare la polvere in lager, tuttavia né il destino del mondo, né la storia, né la collera dello Stato, né battaglie gloriose o ingloriose erano in grado di cambiare coloro che rispondono al nome di uomini; ad attenderli potevano esserci la gloria per le imprese compiute oppure la solitudine, la disperazione, il bisogno, il lager e la morte, ma avrebbero comunque vissuto da uomini e da uomini sarebbero morti, e chi era morto era comunque morto da uomo: è questa la vittoria amara ed eterna degli uomini su tutte le forze possenti e disumane che sempre sono state e sempre saranno nel mondo, su ciò che passa e su ciò che resta.

Vasilij Grossman, Vita e destino

sommario

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