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"The Paris Review. Interviste. Vol. 2"

[introduzione di Ohran Pamuk, a cura di Philip Gourevich, traduzioni di Maria Sole Abate, Marco Cassini e Valerio Piccolo, Fandango, Roma 2010]

Da oltre mezzo secolo la rivista americana «the Paris Review» è nota soprattutto per la rubrica dal titolo jamesiano The Art of Fiction, in cui sono apparse le interviste agli scrittori contemporanei più noti: principalmente prosatori – inaugurò la serie Forster –, ma pure poeti (The Art of Poetry), traduttori (The Art of Translation), autori teatrali (The Art of Theatre) e critici (The Art of Criticism) – l’archivio dei testi originali si trova on line all’indirizzo www.theparisreview.org/interviews. Il numero dell’inverno 2010, per esempio, accoglie Jonathan Franzen e Louise Erdrich, mentre quello precedente ha ospitato Michel Houellebecq. Dopo l’uscita del primo volume (2009, con interviste a Parker, Capote, Hemingway, Eliot, Bellow, Borges, Vonnegut, Cain, West, Bishop, Stone, Gottlieb, Price, Wilder, Gilbert, Didion), Fandango propone la seconda raccolta (con introduzione di Pamuk che arricchisce più il blasone che la sostanza), dove si leggono testi usciti tra il 1953 e il 2006.

Spiccano le celebrità, ma sono presenti pure autori americani ancora troppo ignorati o poco tradotti – le autrici in particolare: Flannery O’Connor, Carson McCullers, Katherine Anne Porter, Caroline Gordon, Marianne Moore. Tra le voci riunite si contano, accanto ai narratori, due poeti e pure un critico, Harold Bloom, che non funge da outsider, ma piuttosto fa famiglia con gli altri, secondo un concetto di critica dichiarato da Bloom stesso («la critica letteraria deve essere un genere letterario altrimenti non è niente»: p. 329), ma che era stato affermato fin dal primo editoriale della rivista (1953), dove ci si augurava «to emphasize creative work – fiction and poetry – not to the exclusion of criticism». Proprio la speciale attenzione alla componente creativa individuale spiega anche il genere di discorso brevettato come tratto inconfondibile delle interviste di «the Paris Review».

Ispirandosi a un alto modello di civiltà della conversazione, ciascuna di esse focalizza l’attenzione sulla scrittura come soggettività all’opera, fin dalla prima pagina canonica in cui si racconta l’habitat dell’intervistato, per poi ricostruire le più importanti esperienze storiche, culturali ed esistenziali all’origine della battaglia per diventare un bravo scrittore. Ed è intorno al senso pieno e quasi darwiniano di questa lotta (struggle), che la categoria di soggettività si libera dal rischio di essere confusa con le facili immagini della scrittura come distratto abbandono. The Paris Review, vol. 2 offre la ricca occasione di riflettere sull’arte della scrittura, intesa appunto come artigianato, felice quanto faticoso connubio di creatività e lavoro; consapevolezza della forma (Toni Morrison, p. 364).

Può trattarsi, per esempio, di interrogarsi sulle difficoltà del primo paragrafo, sui dialoghi (Eudora Welty, p. 123), sui personaggi, o sull’intelligenza da cui raccontare la storia (Baldwin, p. 242); o ancora, di considerare l’arte del racconto come scrittura di ciò che è marginale e sconnesso: Munro, pp. 400-401. «Novantanove per cento talento… novantanove per cento disciplina… novantanove per cento lavoro » (Faulkner, p. 42). Piuttosto che dai clichés della creatività come squilibrio fisico-emotivo («nessuno lavora meglio nel tormento»: Baldwin, p. 245), l’atelier d’autore è abitato dalla capacità di resistenza (vero antidoto alla compulsione: Morrison, p. 343), dalla necessità di imparare a leggere il proprio lavoro, dalla solitudine.

E da tanto pensiero, che è cosa diversa dall’intellettualismo («Omero che spiega le gesta dei suoi eroi secondo la vecchia filosofia greca o la psicologia dell’epoca. Beh, non lo leggerebbe nessuno!»: Singer, p. 101). Né la poesia, per quanto meno rappresentata, ne esce sminuita: con l’intervista a Lowell, che è uno straordinario documento teorico del modernismo poetico, o con la definizione di Larkin sulla poesia come costruzione di un «meccanismo verbale che possa preservare un’esperienza per un tempo indefinito riproducendola in chiunque legga i suoi versi» (p. 208).

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Allegoria n.62

Per quanto sapessero tutti che in epoche tremende l’uomo non è più artefice del proprio destino e che è il destino del mondo ad arrogarsi il diritto di condannare o concedere la grazia, di portare agli allori o di ridurre in miseria, e persino di trasformare la polvere in lager, tuttavia né il destino del mondo, né la storia, né la collera dello Stato, né battaglie gloriose o ingloriose erano in grado di cambiare coloro che rispondono al nome di uomini; ad attenderli potevano esserci la gloria per le imprese compiute oppure la solitudine, la disperazione, il bisogno, il lager e la morte, ma avrebbero comunque vissuto da uomini e da uomini sarebbero morti, e chi era morto era comunque morto da uomo: è questa la vittoria amara ed eterna degli uomini su tutte le forze possenti e disumane che sempre sono state e sempre saranno nel mondo, su ciò che passa e su ciò che resta.

Vasilij Grossman, Vita e destino

sommario

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Teoria e critica

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Il libro in questione

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Tremila battute