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Giovanna Cordibella - "Hölderlin in Italia. La ricezione letteraria"

[il Mulino, Bologna 2009]

Si legge come un romanzo questo saggio che Giovanna Cordibella ha dedicato a Friedrich Hölderlin (1770-1843) e alla sua influenza sulla cultura e sulla lirica italiana, a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento fino ai nostri giorni. Dalle prime versioni pubblicate da Giosuè Carducci su «Cronaca Bizantina » al suo influsso sulle opere di Giorgio Vigolo e Andrea Zanzotto, passando per l’interesse di “vociani” e “rondeschi”, per il giudizio sprezzante di Croce e per la delicata questione che lega la diffusione del poeta svevo alla politica culturale nazionalsocialista, Cordibella ricostruisce l’affascinante quadro di oltre un secolo di traduzioni, interpretazioni e controinterpretazioni che hanno fatto di Hölderlin un «nume tutelare», un riferimento imprescindibile della cultura italiana ed europea del Novecento.

La lettura di Hölderlin, soprattutto per gli intellettuali che si formano tra gli anni Trenta e Quaranta, ha infatti i tratti di un’esperienza generazionale: lo testimonia Zanzotto nel lungo scritto che apre il Meridiano curato da Luigi Reitani nel 2001, e se ne scorgono le tracce nei versi di Luzi, Penna, Noventa, o in una prosa di Montale che racconta di aver ricevuto in dono le liriche di Hölderlin da un ospite imprevisto, Ulrich K., nella Firenze occupata del 1944. Il saggio di Cordibella si dipana cronologicamente lungo sei capitoli che ripercorrono altrettante tappe salienti della ricezione hölderliniana; ora con l’intento di riposizionare all’interno di un contesto più ampio e sistematico precedenti perlustrazioni già compiute sullo stesso tema (da Alessandro Pellegrini e, più recentemente, Marco Castellari, nonché dalla stessa Cordibella), ora addentrandosi con precisi strumenti filologici lungo percorsi originali e impervi, attraverso accurate ricerche d’archivio e consultazione di materiali inediti.

Oggetto d’indagine è infatti non soltanto la ricezione “ufficiale” del poeta, mediata dalle riviste specialistiche e dalle traduzioni di eminenti germanisti, ma anche tutta una circolazione trasversale delle sue opere messa in atto fin dall’inizio da intellettuali sensibili alle innovazioni d’Oltralpe (come Giuseppe Ungaretti o Leone Traverso, che introducono Hölderlin nella cerchia degli ermetici fiorentini), scrittori e traduttori attratti dalle sue sperimentazioni metriche o solo “perdutamente innamorati” – come scriveva Contini a proposito di Hälfte des Lebens – delle sue liriche.

Un percorso sottotraccia più difficile da indagare, proprio perché spesso custodito tra le carte private degli autori, in appunti sparsi, in intarsi di citazioni alquanto criptiche per un lettore anche colto – come il verso «mein Herz gehört den Todten an», che Carducci ripropone variandone più volte la forma nei fogli della sua corrispondenza privata. Svelando «l’hölderlinismo» di tanti letterati italiani, lo studio di Cordibella illumina da un’inedita prospettiva il nostro Novecento poetico, aggiungendo uno strato ulteriore alla complessità di relazioni che lo attraversano ma suggerendo anche nuovi possibili schemi interpretativi e aree da indagare, a conferma di come la necessità di travalicare i limiti di una disciplina (l’italianistica, in questo caso) non sia un vezzo postmoderno ma la conseguenza inevitabile di un’analisi condotta con profondità.

È questo lo spirito che anima il saggio – e si avverte realmente, ben al di là delle dichiarazioni d’intenti che fin dalla prima pagina fanno riferimento a «un’idea di letteratura nazionale non come spazio autosufficiente e autarchico, ma piuttosto come sistema che nel suo delinearsi storico e nelle sue tappe costitutive trasgredisce i confini geografici e linguistici per confrontarsi con contesti letterari stranieri».

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Allegoria n.62

Per quanto sapessero tutti che in epoche tremende l’uomo non è più artefice del proprio destino e che è il destino del mondo ad arrogarsi il diritto di condannare o concedere la grazia, di portare agli allori o di ridurre in miseria, e persino di trasformare la polvere in lager, tuttavia né il destino del mondo, né la storia, né la collera dello Stato, né battaglie gloriose o ingloriose erano in grado di cambiare coloro che rispondono al nome di uomini; ad attenderli potevano esserci la gloria per le imprese compiute oppure la solitudine, la disperazione, il bisogno, il lager e la morte, ma avrebbero comunque vissuto da uomini e da uomini sarebbero morti, e chi era morto era comunque morto da uomo: è questa la vittoria amara ed eterna degli uomini su tutte le forze possenti e disumane che sempre sono state e sempre saranno nel mondo, su ciò che passa e su ciò che resta.

Vasilij Grossman, Vita e destino

sommario

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