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Andrea Bajani, "Ogni promessa"

[Einaudi, Torino 2010]

Al centro di Ogni promessa c’è una terra straniera: la famiglia. Intorno a questa costruzione sbilenca e imperfetta, lente d’ingrandimento sul tempo e la storia, Pietro, il protagonista, compie il suo viaggio di interrogazione, che ha come punto di partenza la morte di Mario, il nonno – “scemo di guerra”, tornato dalla campagna di Russia e rinchiuso in un ospedale – e come punto d’arrivo un’altra terra straniera – questa volta un punto esatto sulle carte geografiche: una città russa sul Don. Nel mezzo si consuma un percorso, di cui Bajani racconta con delicatezza i giri dolorosi, sulle tracce del conflitto che ha squassato l’Europa. L’intera struttura narrativa si riassume nella mania del suo protagonista di «registrare i rumori» con un piccolo registratore. Il mondo di Pietro è una sorta di labirintico nastro magnetico dove ogni cosa si imprime sulle altre, lascia tracce, appende messaggi.

Così accade con le vite delle persone che lo circondano: senza poterle vedere in faccia, spesso senza averle mai conosciute, ma sentendo il brusio ininterrotto della loro presenza sollevarsi dalle pareti, dagli armadi, da bizzarri oggetti dimenticati (vecchie radiografie, un’uniforme militare, il misterioso schizzo di un impiccato) o da quelli consumati nella vita di ogni giorno (cellulari, fotografie), Pietro ne raccoglie e riordina le esistenze, “sbobina” la loro realtà. La ricostruzione della memoria e della vita altrui, su cui si gioca il romanzo, rimane però una «particolare forma di falsificazione», per citare l’avvertenza al testo. Per rendere l’idea Bajani inventa una potente metafora e la colloca al centro della narrazione: la mappa sbagliata di una cittadina sul Don, tracciata a matita per Pietro da un sopravvissuto di Russia in base ai suoi ricordi e corretta poi dalla centralinista dell’albergo locale, che cancella senza pietà gli edifici inesistenti, le strade inventate.

Così il narratore fa specchiare il tempo nello spazio e assegna al primo gli stessi attributi del secondo: ci ricorda che anche la memoria, come ogni topografia, ha bisogno di un continuo ricalcolo interiore, quando arriva a scontrarsi con la nota sproporzione tra l’astrazione del disegno e la superficie della realtà. Anche la ricerca di Pietro sulla propria verità famigliare, invece di compiersi circolarmente sulla figura di Mario come ci si aspetterebbe, è destinata a restare una serie interrotta, una linea in cui al nonno corrispondono di volta in volta sempre nuovi personaggi, ognuno con una sua verità da rintracciargli nelle pieghe della vita.

Una catena di sostituzioni sancita dallo spostamento che subisce nel corso del libro la «promessa» del titolo: Pietro, che da bambino aveva promesso al nonno di andarlo a trovare («promettere di andarlo a trovare, me l’aveva chiesto un giorno che fuori pioveva», p. 102), finisce invece per visitare il nonno della centralinista dell’albergo russo («prima di partire ho mantenuto la promessa che avevo fatto a Ol’ga, vedere la casa di suo nonno in campagna», p. 240). Ed è anche un passaggio “di fronte” – dall’Italia alla Russia –, una sorta di atto di riconciliazione con cui Bajani continua, sebbene in modo meno esplicito, la rielaborazione degli orrori del “colonialismo” italiano avviata in Se consideri le colpe, un attimo prima che l’antichissimo paradosso della vita ( che, cieca e senza pensiero, ancora una volta si riappropria della Storia) chiuda il romanzo: lungo il Don, dove si ammazzavano i soldati, sfilano i barbecue della domenica, sul cannone nella steppa due ciclisti appendono le loro magliette ad asciugare.

Insieme maggior pregio e difetto del libro è però il suo stile: una liricità inconsueta, ma esasperata e ripetitiva, che fa sembrare il romanzo una sorta di lungo poème en prose; una sintassi nominale continuamente giocata sulle relative e sugli infiniti. Se da una parte il risultato è monotono e senza sorprese, dall’altra riesce a dare al romanzo la forma di un’azione sgranata, istantanea, discontinua: come se raccontare significasse puntare un obiettivo fotografico sul tempo e registrarlo minuziosamente scatto per scatto.

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Allegoria n.63

Tutto questo come un rituale antico. Così sia. Evoca le forme. Quando non ti resta nient’altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra.

Cormac McCarthy, The Road

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