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Jonathan Franzen, "Libertà"

[traduzione di S. Pareschi, Einaudi, Torino 2011]

«USA BENE LA TUA LIBERTÀ»: l’iscrizione che a pagina 204 cattura Patty fissa meglio di ogni altra frase i significati di Freedom, perché definisce, oltre al tema centrale, la tensione del racconto: il senso di un imperativo lapidario che attrae su di sé tutto il corpo del testo, spingendolo fino a un carico di rottura. L’intrigo di Libertà non è originale, guardato in sé: racconta, nell’arco dell’ultimo trentennio, la crisi amorosa e famigliare di una coppia americana middle- class apparentemente perfetta. Walter e Patty, lui avvocato ambientalista, lei casalinga disperata e madre egocentrica, sono invischiati in un’ambigua relazione con Richard, amico/rivale fin dal college e per lungo tempo amante di Patty, secondo uno schema che complica il triangolo classico, trasformandolo in un delirio narcisistico circolare. Walter, difatti, piuttosto che svolgere la funzione del marito tradito messo in disparte, è la figura più amata dagli altri due – e il vero protagonista della storia.

L’esplosione del rapporto si accompagna alla rappresentazione della società liberal statunitense, sempre più individualista e più lontana dal mito dell’America come luogo dove l’ambizione diventa successo e libertà e felicità sono un’unica cosa: un’impalcatura già fatta esplodere da molte narrazioni cinematografiche. Tuttavia, o proprio per questo effetto di déjà vu, a molti il libro non è piaciuto. I detrattori hanno impugnato i contenuti, senza guardare alla composizione del racconto, che invece è l’aspetto più bello. È come se la retorica narrativa in ogni momento sviluppasse l’idea di un difetto di messa a fuoco: sin dall’incipit, dove si parte da un confuso sguardo spettatoriale, ma soprattutto grazie alla trovata di raccontare la storia costruendo un romanzo che va all’indietro. Libertà, infatti, prende il via da una circostanza (lo stupore dei vicini alla notizia della rovina di Walter) che, seguendo l’ordine del racconto, giungerà soltanto a p. 521, mentre intanto il romanzo va avanti scavando nel passato, e occupando quasi metà del testo con il memoriale di Patty (pp. 33-207) che entrerà nell’azione narrativa vera e propria solo a p. 413.

Freedom ha suscitato dubbi forse anche perché l’intelaiatura, e pure la lunghezza, richiedono uno sprofondamento nella durata della storia. Più volte è stato evocato Tolstoj, a cui effettivamente rimanda la scrittura orientata alla rappresentazione complessiva di un’epoca. Tra l’altro, Guerra e pace è nominato in ben tre casi (pp. 176, 184 e 578). Attenzione però: la ripresa lavora sulle antitesi, non sulle affinità; la citazione ha sempre il valore di una posa romanzesca; ogni volta siamo all’interno dell’autobiografia di Patty: Tolstoj serve per far colpo su Richard, per infilarsi nel suo letto attraverso il travestimento mentale di Natasha, o per trasfigurare in Pierre Bezuchov il fratello divenuto contadino. L’autore dietro a Freedom forse è un altro: Francis Scott Fitzgerald, a cui già fa ripensare la bellezza della prosa – malgrado qualche rischio di sovraesposizione della voce autoriale. Ma sono altri due importanti aspetti, però, a rendere plausibile quest’incontro.

Anzitutto il tema della libertà come ideale che, trasformato in valore assoluto, brucia i personaggi. In questo senso forse non è solo uno spunto figurativo l’ipotesi che la dendroica cerulea, l’uccellino a rischio di estinzione che potrà sopravvivere solo nella riserva protetta («Spazio libero»!), e che funge da emblema di Freedom, richiami qualcosa dell’Ode all’usignolo di Keats da cui trae il titolo Tenera è la notte. In secondo luogo, e soprattutto, Fitzgerald torna in mente per il concetto antievolutivo di destino individuale costruito dalla trama. Vita e destino hanno tempi diversi di battuta che proprio il romanziere imita attraverso una sintassi narrativa sfasata, raccontando intanto che è impossibile tornare indietro per eseguire delle correzioni, o per andare da un’altra parte: «così seguitiamo a bordeggiare come barche controcorrente, sospinte di continuo nel passato», come nel finale di Gatsby (trad. it. di T. Pincio, minimum fax, roma 2011).

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Allegoria n.63

Tutto questo come un rituale antico. Così sia. Evoca le forme. Quando non ti resta nient’altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra.

Cormac McCarthy, The Road

sommario

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