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Anna Seghers, "La gita delle ragazze morte"

[Marsilio, Venezia 2010]

La lingua così nitida ed essenziale di questo racconto, iniziato da Seghers nel ’43 in Messico durante l’esilio dalla Germania nazista e oggi proposto (con testo a fronte) nella nuova, attenta traduzione di Rita Calabrese, sembra rispondere a un criterio di trasparenza. Trasparenza che sul piano etico corrisponde all’integrità della scrittrice tedesca e insieme costituisce un tentativo di resistenza all’occupazione e alla manipolazione della lingua da parte del Terzo Reich (così ben descritte da Victor Klemperer). Sul piano della narrazione questa trasparenza si traduce in uno sguardo che è capace di vedere attraverso – e far coincidere – diversi tempi della Storia, a partire dal ricordo di un piccolo evento autobiografico: una gita scolastica negli anni Dieci del Novecento. Il gesto di Seghers non rimane nella cornice di una rammemorazione chiusa nel singolo, ma si apre a una coralità, e lo fa attraverso un tempo della memoria che è declinato, piuttosto che al passato remoto individuale, a un “futuro anteriore” comune.

Infatti alle sagome delle compagne e delle maestre, protagoniste insieme all’io narrante di un’escursione sullo sfondo dell’Assia renana che di lì a poco sarebbe stata attraversata dalla prima guerra mondiale, si sovrappongono le ombre delle stesse compagne e maestre con i loro venturi destini di morte e di tragedia nella Germania di Hitler (la scrittrice lascia intravedere anche il rapporto con la propria identità ebraica). Seghers dipinge, attraverso i ricordi delle voci che si intrecciano durante la gita, un affresco essenziale dei trent’anni che videro naufragare la società tedesca nell’orrore nazista. La forte visualità della sua scrittura può indurre a un paragone: è come se sull’affresco degli eventi storici l’autrice avesse scelto di lasciare, accanto alle figure ritratte, anche sinopie in trasparenza che, con la massima economia di mezzi, ampliano e complicano la prospettiva, il nostro sguardo sulla Storia.

In questo racconto, come forse in nessun’altra sua opera, Seghers tende ad abolire ogni distinzione fra ricordo personale e destino collettivo, e riesce in questo grazie a una scelta assertiva, di memoria e di profezia, che è sia morale che narrativa («una volta ci abituavano fin da piccoli a dominare il tempo in qualche modo invece di arrenderci umilmente a esso»); e la scrittura è Auftrag e Aufgabe, incarico e compito, per qualcosa di venturo, in nome di un impegno che dà forma alle pagine. Fin dai suoi esordi alla fine degli anni Venti Seghers aveva mostrato come il senso poetico e umano della sua scrittura derivasse da un’istintiva necessità etica; e lo ricorda schiettamente nel suo scambio epistolare con Lukács a proposito del realismo, nel ’38: «Questa realtà dell’epoca di crisi, delle guerre e del resto, deve dunque, in primo luogo, essere sopportata, essere guardata in faccia, e solo in secondo luogo rappresentata».

Le ragioni della causa rivoluzionaria e dell’antifascismo che attraversano tutta la sua vita (prima nel Partito comunista tedesco e nell’opposizione al nazismo, poi nella sua attività intellettuale nella Repubblica democratica tedesca) hanno sempre cercato di tradursi in uno stile che coniugasse senza contraddizioni rappresentazione della realtà, motivazione lirica e tensione epica e fantastica. Stesse ragioni politiche e speranze artistiche che animeranno la successiva generazione di scrittori della DDR (basti pensare a Christa Wolf) e la loro insoddisfazione nei confronti del socialismo reale. Ma nella Gita delle ragazze morte, come indica a ragione la curatrice nella sua bella introduzione, «per un’unica, irripetibile volta, l’autrice riesce a dar voce a tutte le sue contraddizioni nella ricchezza della loro insuperabilità ».

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Allegoria n.63

Tutto questo come un rituale antico. Così sia. Evoca le forme. Quando non ti resta nient’altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra.

Cormac McCarthy, The Road

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