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Terrence Malick, "The Tree of Life"

[USA 2011]

The Tree of Life è un film ambizioso che tenta di abbracciare in uno sguardo l’estensione del cosmo e la profondità della psiche. Dopo un prologo sull’origine e sulla madre, la notizia della morte di un figlio irrompe in una famiglia che vive nel Midwest degli anni ’50. Il dolore sconvolge i genitori: la madre si dispera, il padre prova pietà e rimorso. In un vertiginoso flashforward compare poi il protagonista: il fratello maggiore, adesso architetto in una grande metropoli. Alimentata dalla colpa di essere sopravvissuto al fratello, l’angoscia di questo uomo di mezza età è la fonte da cui erompe il flusso di immagini e suoni che travolge l’esile racconto: la prima parte di The Tree of Life consiste in lunghe sequenze documentaristiche in cui si ripercorrono la nascita del cosmo e l’evoluzione della vita.

Il titolo del film allude a questo contrappunto: l’«albero della vita» indica sia il legame fra le generazioni di cui si racconta, sia l’evoluzione naturale evocata da una fotografia visionaria e da un montaggio associativo – vengono in mente 2001: Odissea nello spazio di Kubrick e Solaris di Tarkovskij. L’effetto del contrappunto è però contraddittorio; se le visioni naturali mostrano come il racconto della condizione umana sia insignificante di fronte al cosmo, la fotografia e il montaggio tradiscono una prospettiva troppo umana: lo sguardo che trova una compensazione estetica nella bellezza delle immagini e nell’armonia del montaggio. Nella seconda parte del film, l’angoscia del protagonista riemerge insieme alla sua memoria; ma questa non prende la forma coerente di una storia familiare o di una biografia, ma quella caotica e abnorme dei ricordi d’infanzia. Il focus del racconto diventa la psiche del protagonista.

La dimensione narrativa di The Tree of Life non è infatti quella pubblica dell’interazione, ma quella intima dei movimenti dell’interiorità, mimati dallo stile narrativo e di regia: si spiegano così la trama non lineare con frequenti flashback e flashforward, la caduta dei confini tra sogno e realtà; i controluce, i long take, i piani sequenza e i primissimi piani che mettono al centro della scena aspetti secondari dell’azione o dilatano i dettagli di un’immagine (ancora Tarkovskij, L’Infanzia di Ivan). The Tree of Life cerca di mostrare l’invisibile: il significato psichico di ciò che accade. A confermarlo è l’evanescenza delle storie e delle identità narrative degli altri personaggi, che assumono i contorni di figure della psiche: l’annegamento di un coetaneo è la scoperta della morte, la perdita del lavoro del padre significa il trauma del trasferimento dalla casa dell’infanzia; l’intimità con la madre, i giochi coi fratelli e cogli amici, gli scontri col padre e l’erompere della sessualità conquistano uno spazio visivo e drammaturgico che non corrisponde al significato che questi eventi hanno nel procedere della storia, ma alla carica emotiva di cui li investe il protagonista.

La forza allucinatoria dei ricordi d’infanzia contagia anche il racconto della vita adulta: le architetture di vetro e metallo sono le pareti trasparenti della solitudine; il suono dell’ascensore ricorda quello di un elettrocardiogramma; gli altri personaggi si muovono in silenzio, oppure sono voci invisibili (registrate in voice off) o a cui si soprappone il monologo del protagonista (in voice over). Dispiace però che il film ceda a un’iconografia mid-cult dell’inconscio, fatta di passeggiate metafisiche in deserti cosparsi di porte, dove si incontrano le figure dell’infanzia. Se paragonato alla Sottile linea rossa (il suo capolavoro) o a The New World, The Tree of Life sembra un’opera giovanile; un film troppo ambizioso, con sbavature e cadute di stile. Come se la forma di The Tree of Life fosse implosa all’impatto con una poetica visionaria e metafisica non più contenuta dai codici narrativi e visivi dei grandi generi del cinema classico (come il film di guerra e il film storico in costume).

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Allegoria n.63

Tutto questo come un rituale antico. Così sia. Evoca le forme. Quando non ti resta nient’altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra.

Cormac McCarthy, The Road

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