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Heiner Müller, "Guerra senza battaglia. Una vita sotto due dittature"

[a cura di V. Di Rosa, traduzione di V. Di Rosa ed E. Villano, postfazione di D. Grünbein, Zandonai, Rovereto 201]

Drammaturgo di spicco nella Germania orientale, Heiner Müller (1929-1995) si impose negli anni dopo la caduta del muro come commentatore autorevole e carismatico della svolta politica in atto, incline ad assecondare la sua crescente popolarità con apparizioni in pubblico e interviste. Guerra senza battaglia nasce, appunto, dalla riduzione di una lunghissima intervista condotta nell’inverno del ’91 da Katja Lange-Müller ed Helge Malchow. Il genere dell’intervista presenta di per sé pregi e difetti: se la conversazione e l’incalzare dell’intervistatore garantiscono una serrata vivacità dialettica, oltre che immediatezza e spontaneità, le dichiarazioni rilasciate in interviste difettano spesso di sedimentazione critica e di solidità teorica.

Müller era consapevole dei deficit insiti nel medium dell’intervista (da lui peraltro apparentata alla performance teatrale) e infatti definisce Guerra senza battaglia un testo «diseguale» e «problematico». Nonostante la mancata rielaborazione critica di molte affermazioni di Müller, connotate da una concisione aforistica che sconfina in un tono fastidiosamente oracolare, il testo scaturito dall’intervista è comunque di notevole interesse, sia per la personalità dell’intervistato, un uomo dall’intelligenza caustica e penetrante che qui esibisce una conformazione psicologica di singolare freddezza, sia per i retroscena che esso offre sulla politica culturale della DDR, nonché per alcune illuminanti annotazioni sul teatro e sulla letteratura.

Accanto a riferimenti alla vita privata dell’autore (l’emigrazione dei genitori a Ovest, il suicidio della seconda moglie, Inge Müller), il percorso dell’intervista segue da vicino la genesi e la ricezione degli spettacoli teatrali di Müller, la cui carriera professionale fu contrassegnata da frequenti attriti con il potere politico. Müller mantenne nei confronti dello Stato socialista una posizione oscillante tra fedeltà e dissenso ed egli è, dunque, con la coetanea Christa Wolf il rappresentante più eminente di quella categoria di scrittori tedesco-orientali che stabilirono con il regime un rapporto di “solidarietà critica”.

Müller, del resto, non rivendica per sé il ruolo dello scrittore impegnato con coraggio e idealismo nelle battaglie sociali e politiche, ma si propone, piuttosto, come un autore la cui prima responsabilità è nei confronti della propria arte: «per me la scrittura era più importante della mia morale», confessa Müller con disarmante cinismo a proposito dell’“autocritica” impostagli dal Partito nel 1961 in merito alla pièce Die Umsiedlerin (che valse peraltro all’autore l’espulsione dall’Unione scrittori) e, più avanti, per “giustificare” la sua permanenza nella DDR e a riprova dell’importanza della dittatura socialista come “materiale teatrale”, asserisce: «Il punto non sono io, bensì il teatro, e per il teatro la dittatura rappresenta senz’altro una cornice più adatta». All’interno del triangolo “potere-teatro-pubblico” si stabiliscono le linee di forza che innervano la produzione artistica dell’autore, il quale, infatti, nella Germania riunificata si trovò dinanzi a un blocco creativo.

La seconda edizione di Krieg ohne Schlacht (1994) cadde nel periodo di massima discussione pubblica sui rapporti tra gli intellettuali tedesco-orientali e la Stasi e fu dunque corredata di una conversazione di Müller con Thomas Assheuer riguardante i contatti con la Stasi, tradotta anche nella presente edizione italiana, oltre che dalla riproduzione di documenti dagli archivi del Ministero per la sicurezza di Stato. L’edizione italiana rinuncia alla riproduzione di questi documenti, ma si arricchisce, in compenso, di un’intensa postfazione del poeta Durs Grünbein e di un apparato critico utile a contestualizzare l’opera di Müller all’interno della compagine storica e culturale della ex-DDR.

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Allegoria n.63

Tutto questo come un rituale antico. Così sia. Evoca le forme. Quando non ti resta nient’altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra.

Cormac McCarthy, The Road

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