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Silvana Patriarca, "Italianità. La costruzione del carattere nazionale"

[traduzione di S. Liberatore, Laterza, Roma-Bari 2010]

A dispetto del sottotitolo nella traduzione, Italianità si fonda sulla distinzione tra carattere nazionale, come immagine delle attitudini diffuse e dei costumi condivisi di un paese, e identità nazionale, come proiezione del suo dover essere. L’uno e l’altra sono costruzioni pronte a scivolare nello stereotipo; eppure, sono parti essenziali dell’autorappresentazione pubblica e della vita politica. Costruire un’identità degli italiani vuol dire anzitutto combatterne il carattere, che rischia sempre di diventare un dato di natura metastorico: essere italiani, insomma, vuol dire essere anche antitaliani. Già l’idea di “risorgimento” presuppone la cattiva fama che il nostro paese ha nel Nord Europa a fine Settecento, e che ci vuole corrotti dalla superstizione cattolica, piegati all’ipocrisia gesuitica, imbelli, cicisbei, effeminati.

Discorsi e prassi di Gioberti, o d’Azeglio, o Mazzini, o Garibaldi, o De Sanctis si stagliano reattivamente su quello sfondo, che però non cancellano del tutto. Tappe diverse della volontà di costruire una nazione italiana sono allora l’affermarsi di un paradigma etnico-razziale in età positivista; il sorgere della questione meridionale e l’identificazione nel Sud di un’alterità interna al Regno; la denuncia dell’individualismo; il mito delle nazioni latine come rovescio della modernità e dei successi imperialistici anglosassoni; il tentativo crispino di promuovere una religione patriottica in competizione col cattolicesimo; la guerra di Libia e la prova della prima guerra mondiale. Il fascismo si innesta qui, e Patriarca insiste persuasivamente sulla «continuità strutturale» (p. 141) con la tradizione di un secolo, che spiega l’ambivalenza di Mussolini tra retorica ultranazionalista e disprezzo per la pochezza italica, meglio se meridionale.

Neppure l’antifascismo è estraneo alla dialettica carattere- identità: Gobetti, riconoscendo nel fascismo l’«autobiografia della nazione», condanna l’inclinazione collettiva al servilismo, all’arretratezza, all’immaturità. La posizione di Croce sulla «parentesi» e sul «morbo» fascisti, evasiva e autoassolutoria, intende rilegittimare un paese screditato. È questa la linea che prevale nella cultura di massa repubblicana, impegnata, soprattutto al cinema, a elaborare il cliché degli «italiani brava gente» per cancellare le colpe fasciste. Ciò che però prende piede è un ritratto disincantato, cinico, immobilista del carattere nazionale, incarnato secondo Patriarca anzitutto da Alberto Sordi e dai suoi personaggi familisti, amorali, opportunisti, vili. Non c’è più alcuna volontà di rifare gli italiani, nessuna speranza in virtù civili: e sia nel giornalismo sia nel dibattito politico, gli stereotipi su carattere e identità tornano ad affermarsi come segni di una natura immutabile, ma tutto sommato sopportabile.

Patriarca si interessa principalmente di testi politici, facendo eccezione solo per la commedia all’italiana (p. XXIII). Spetta agli storici della letteratura accantonare questa prudenza, e chiedersi come le opere canoniche abbiano cooperato a elaborare le immagini della nazione al di là delle ideologie dichiarate. È un compito che almeno dalla Storia di De Sanctis è stato avvertito come essenziale; perché l’Italia è, anzitutto, un’invenzione letteraria. Andrebbero così ricostruite forme dell’immaginario che giungono sino a oggi: come il fascismo, cui pure è irriducibile, anche il berlusconismo è autobiografia della nazione. Se ne potrebbe confermare l’impressione che, dopo la Resistenza, gli scrittori italiani abbiano smesso di essere i produttori dell’identità nazionale, per fissare lo sguardo – sdegnato o ironico, ma spesso impotente – sui pubblici vizi; e che, appunto negli anni del berlusconismo, le nuove forme di partecipazione civile degli intellettuali cerchino di recuperare alla letteratura un ruolo nella costruzione della coscienza repubblicana, divenuto ormai impronunciabile il nome di patria.

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Allegoria n.63

Tutto questo come un rituale antico. Così sia. Evoca le forme. Quando non ti resta nient’altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra.

Cormac McCarthy, The Road

sommario

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